Canto oscuro e politico

settimoquadI

Da quanto tempo ti eri chiesto
se il male esiste
o se il tessuto liso della storia rispondesse
alla costanza di un mito?

Ma la vera domanda non è se
il male esiste,
una volta le vele spiegate
contro il mondo, se esiste, invece
un modo di essere
banale.

II

Ma se vogliamo, il male
non è forse la colpa dei padri,
pronti a sbattere la porta, ad andarsene,
ignari del ginocchio piegato
di una madre il cui dovere sono i figli,
ovvio ma non banale,
e allora l’impazienza
di vederli partire per tornare
a occuparsi di lei, vecchia madre
fin su oltre i novant’anni,
col viso aguzzo da sparviero,
col viso secco da uccellino,
generazione per generazione, dolore per dolore.

III

E allora c’è una voce che grida – attento!
Parli di corpi che portavi in te,
di crudeltà private,
di un ometto dall’aria pacifica col panama bianco. –
Ma dove sta la libertà
se non nel tuo essere
libero dal passato?

IV

Il passato, ecco tutto, condizione del tempo,
imperativo di natura,
obiezione dell’ovvio a pochi passi dal giusto.
Sono state le parole
detriti, accumulo di braci a covare altre braci.
Non c’era il tempo (né natura)
né orgoglio di buttare tutto all’aria.
Forse avevano ragione per le strade:
c’è solo un modo,
l’unico
per buttare all’aria tutto: dinamitare i padri.

V

La Conoscenza anteposta all’Amore
per ritornare sui luoghi, sui crateri,
sui cataclismi che non hai visto ma ti frantumano,
sulle seconde braci, pronte alla fiamma,
pronte al diluvio da cui risorgere brucianti.
La politica è questo, allora?
Prendere a schiaffi la tenerezza naturale
per non dare risposte
finché non vedi l’altro capo del giorno.
La politica è il sale che brucia,
non rimargina, brucia.
– Senti urlare tua madre? –

VI

– Il diritto di soffrire, risponde la voce nella notte,
ti unisca a tua madre.
Ognuno sul suo banco di prova, sul suo tavolo di supplizio.
Non ci sono angeli o demoni, ma solo la notte
in forma di angeli e demoni, in forma di tizzone. –

VII

E tu fanciullo! Che vorresti
il semplice Delitto dell’amore:
la strada è altrove
in una selva che ha nome « mia madre »
e non è lei ma una palude di dolori
di cui lei fu intessuta e che ora crepita.

VIII

E tu fanciullo che ora chiami disfatto
tra le lenzuola di un mattino impotente,
saprai che il maremoto è dietro il muro,
un lungo muro grigio che percorre
i deserti di molte filiazioni. 

IX

Fuori dal cerchio stai danzando con grida
brutali e con voce chiara, con grida
di animale ferito. Aspetti al ciglio
di un corpo che schiude
qualche carogna al primo sole del mattino.
Non qui, non questa porta
è riservata alle battaglie dell’amore,
è un luogo romanzesco
che provvisoriamente accoglierà
la rabbia fiduciosa del tuo ridere.
E il pianto, forse, solo,
concederà una tregua. 

X

– Ma in fondo, continua la voce,
è solo un mondo mortale e malsicuro
questo destarsi ogni mattina.
Le ragioni che domare non sai
sono lucertole nel muro
e il peccato di madre e padri e madri.

L’orizzonte è come cieco,
non dèi né bardati a guerra cavalieri
sorgeranno da dietro la collina se li chiami gridando.
Tutto questo dolore è soltanto, ti dice,
dolore generato, non chiede né risponde
al doppio volto dell’universo, tragedia
di giustizia e crudeltà. –

XI

E allora per giorni e giorni
un dubbio,
a cercare le ragioni. Mentre è soltanto
una stagione privata,
una preghiera al buio senza dio
e le tue braccia di timore a sfilacciare il mattino.

XII

Ma c’è una gratitudine, c’è amore
e ad ogni notte segue una parentesi
di sapore più semplice e radente.
Indossiamo le uniformi del bestiario
per ogni risveglio, sappiamo correre
sui greti ignari del giorno.

Non è mai una tragedia totale
in questo senso.

XIII

E insieme solchiamo i selciati e corvi neri
su ogni paletto che segna il cammino
gracidano il nostro nome.
Corriamo, nella melma dei giorni,
nella fanghiglia all’orizzonte.

XIV

– Fermati! –
Starnazza un demone
dell’umana disfatta:
– la tua fede è egoismo,
mistica e non amore,
Fermati in tempo, vipera d’orgoglio! –

XV

Ma siamo noi che più oltre corriamo,
dietro le voci, dietro gli stridi del corvo,
ed è lontana la città per questa notte,
non la notte da cui vieni ma la notte che scegli,
camminamento di imboscate e doppi sensi.
Siamo noi, per una notte,
senza parole, ché parole non sappiamo,
senza gambe per correre, mani da artigli.
La luce ci coglie assopiti,
un attimo soltanto, ma ora è dolce.

XVI

E tu ti fermi qui, compagno, guerriero,
e aspetta il mio ritorno.

XVII

Posa il capo, sei al sicuro
nella radura del pensiero.
Posa il capo e riposa.

Poi, alle spalle!

XVIII

Ma chi piange e perché?
Chi piange e perché!
Il buio che infine percorri
è l’indifferenza dei padri,
la troppo distratta simbiosi, sapere
non è forse dividere?
Dèa dell’umanità, madre delle madri,
ora piangi,
e la lupa si aggira nel cerchio.

XIX

“Grida, madre!
E non partorire più figli!”
Il cielo è fatto scuro
da banchi di nubi gravide di lutto,
gocciolare di grida che si perdono.
Infine silenzio.

XX

E sotto il cielo che si squarcia
siedi ormai nel silenzio più totale.
L’ultimo brontolio di esistenza si smorza nel ventre,
tutto è chiaro, ma non hai occhi né palpebre
tutto è vuoto ma non hai suoni a solcarti.

Sei sceso, hai rinnegato tua madre
e il cerchio si è fatto compatto, sicuro,
qui piangerai le lacrime bambine,
la cecità sarà intessuta di dolore
perché sei oltre il muro, sottoterra.

XXI

“Le cose non dette, sono queste che ti perdono!”
Comincia così il dialogo con la madre,
senza più voglia di insultarla, ora.
“Perdersi non è dire, ma il silenzio.”

XXII

“Se allora cerchi giudici
schierati a dettare legge, cerchi invano.”
Questa è solo una notte qualunque,
sotto la pioggia il buio è rotto
dall’ululare di un’ambulanza qualunque.
Non lontani
da casa, dalle certezze, dalla sera
e pure qui tutto è chiaro e distinto,
“siamo nel cuore di quel che da sempre è negato
nel pulsare del dubbio.”

XXIII

“Se cerchi un giudice quaggiù
con occhi di figlio, disilluditi.
Madre! qui il figlio sei tu
con gli occhi ciechi d’orgoglio,
sbatti la testa contro il muro
ma sono muri inesistenti,
gridi che Dio ti aiuti
ma Dio non esiste.”

XXIV

O forse è proprio Dio la parola che ferisce,
piaga dei tempi fino alla fine dei giorni
quando il silenzio brucia e una voce nella notte
spera.

Forse è davvero Dio l’origine di tutto
e in questo tutto il Niente e gli errori e le colpe,
forse è solo bestemmia
l’uscita dalla notte.

XXV

Poi d’improvviso il velo della notte si squarcia
la madre è bruciata nel grembo come una fiamma senza fuoco:
il grido è solo grido, non è senso né stemma,
il giorno si fa largo
a colpi secchi di bastone, tuona lontano dapprima
poi a poco a poco si avvicina.
Forse è stato quel Nome incautamente pronunciato,
forse è stata la volontà, come saperlo;
le ombre lasciano posto alla luce, al gocciolare tiepido
di un nuovo mattino.

E c’è chi ti attende.

XXVI

E correremo, aspetteremo che non finisca:
ogni volta dicendoci che è l’ultimo
sprofondare e risorgere, da ieri al mattino.

XXVII

Quanto alla madre, inchiodata nel passato,
il suo grido via via si fa più fioco,
presto morrà, del sonno quieto dei viventi
e notte dopo notte il gridare andrà perdendosi.

Quanto ai padri, per loro,
non ci sarà la folgore
né castigo, soltanto il lungo esilio
della terra più volte inseminata.

L’esilio che ho fuggito:
maschio tra i tanti, nel greto della notte,
oscuro canto e politico. Rivolta contro me stesso.

Settimo quaderno di poesia italiana, a.c.di Franco Buffoni, Milano, Marcos y Marcos, 2001.