Di rabbia / De rage, italiano-français, version française par Mathilde Vischer, intervento artistico di Andrea Gabutti, Bellinzona, Edizioni Sottoscala, 2010

Perché le parole uccidono e questo lo so. Non come sassi che lapidano. Come monete a due facce. Se mostri la faccia che ride, non ti salvi. Se mostri la faccia che dice hai paura. Parce que les mots tuent, cela je le sais. Pas comme des pierres qui lapident. Comme des pièces ils ont deux faces. Si tu montres la face qui rit, tu ne te sauves pas. Si tu montres la face qui dit, tu as peur.

Performance (Galleria Balmelli, Bellinzona, 2010)

Verso Nord, composizioni di Mauro Mantegazza (eseguite con Patrizia Mantegazza, contralto), Viganello, Alla chiara fonte, 2009

Ma non è il tempo
che fa paura, né la morte
col suo gioco di specchi e desideri,
è questo rarefarsi dell’oggi,
a mano a mano che ieri si raccoglie
nell’imbuto delle parole. Un lutto immenso,
e non c’è nemmeno un volto amico, / tra i morti o tra i viventi.

Vento, introduzione di Stefano Raimondi, Faloppio, Lietocolle, 2008

(…) Con una voce salda e sconcertante queste poesie innescano con il lettore un’immediata empatia dialogica, inquietamente invasa da un linguaggio carnale, concreto e, al contempo, teso e lirico. In dieci stanze corali, l’autore ci conduce attraverso il regno dell’atroce perdita, nella constatazione di un chiara necessità di riscatto e di pareggio con i baudelairiani (da notare l’esergo iniziale) morti, anch’essi mai deprivati dai « grandi dolori ». (…) Vento è un canto doloroso e crudele, un soliloquiare in comune con il mondo. Ma è anche un tentativo estremo di condivisione di fantasmi riaffioranti che chiedono spazio e luoghi per essere visti e cacciati. È la complicità che il poeta ci domanda in quanto lettori/fratelli. Un atto duro e violento di responsabilità di fronte a parole tolte per verità dalla chiacchiera e per autenticità dalla mestizia del senso. 

Dall’introduzione di Stefano Raimondi

« Il libretto mantiene le coordinate tonali e stilistiche dell’opera maggiore di cui è complemento. Vi riscontriamo la stessa intonazione tragica, qui scandita su una suite di nove sequenze interdipendenti, così come, sul piano tematico, un’analoga determinazione a fare ordine o cercare almeno un minimo di dicibilità dentro il groviglio inestricabile del romanzo familiare, segnato dal “ dolore dei padri” e dal fatale ripercuotersi di esso nell’animo dei superstiti. Tentando di nominare la cosa ci imbatteremo sempre in un buco “ nel centro del nome”, e la parola, percossa senza posa dal vento delle pulsioni primarie e violente che agitano il ricordo, sarà sempre inadeguata alla rappresentazione e soprattutto al risarcimento di un dramma che travalica il “ sentire” domestico e si fa universale: “ Ci sono padri- tragedia e dopo/ si tace per disfatta o devozione: si rovesciarono come specchi malati,/ un volo un calcio, un rumore di ramo spezzato”. Quel ramo spezzato ci richiama il dantesco “ Perché mi schiante?”, l’indimenticabile domanda che prorompe, sotto forma di sibilo, dal tronco del suicida Pier delle Vigne. E non è un caso che le terzine in causa siano state scelte da Lepori a esergo di Vento. Dantesco e “ petroso” è lo stile che pervade questa silloge, costruita su immagini patologicamente corrose, i cui contorni ci appaiono come tagli praticati nel reale dalla furia del vento, e il cui sfondo lontano ha le dimensioni del deserto, della terra “ visitata dai morti”. » Gilberto Isella, « Giornale del Popolo », 20.11.2004

Deutsch: Wind (Jacqueline Aerne) – Français: Entailles (Mathilde Vischer)

Canto oscuro e politico, in « Settimo Quaderno di Poesia italiana », introduzione di Franco Buffoni, Milano, Marcos y Marcos, 2001

Quanto alla madre, inchiodata nel passato, / il suo grido via via si fa più fioco, / presto morrà, del sonno quieto dei viventi / e notte dopo notte il gridare andrà perdendosi. // Quanto ai padri, per loro, / non ci sarà la folgore / né castigo, soltanto il lungo esilio / della terra più volte inseminata. // L’esilio che ho fuggito: / maschio tra i tanti, nel greto della notte, / oscuro canto e politico. Rivolta contro me stesso.

« Qualcuno potrebbe obiettare che la nevrosi di un autore nato alla fine degli anni sessanta non sia argomento sufficientemente indicibile per scomodare le categorie dell’oscurità e della politica. Che solo quando ciò che non si può dire è davvero indicibile (Celan) sia lecito sillabare le pietre. Se no, no. Vogliamo, per una volta, accettare l’idea che l’indicibile sia “relativo”? Vogliamo pensare che le mura di una casa borghese, che una crescita apparentemente “serena”, una famiglia apparentemente “normale”, possano rappresentare l’atrocemente indicibile? Che il ricatto affettivo domestico, i racconti sussurrati a mezza bocca – e uditi spaventosamente nell’infanzia – possano valere il “trobar clous”? L’accettazione o il rifiuto della poesia di Lepori sta tutto qui. Nella supposizione che tragedia sia Lear, ma che essa possa essere anche Falstaff, e non su un piano inferiore. Semplicemente su un piano diverso, più sottile, se possibile, più disperato ». Franco Buffoni, estratto dalla prefazione

« Fra le sillogi presentate da Poesia contemporanea – Settimo quaderno italiano (Marcos Y Marcos) spicca quella di Pierre Lepori intitolata Canto oscuro e politico. Lepori, nato a Lugano nel 1968, è critico letterario e cinematografico, corrispondente da Losanna per la Radio svizzera e direttore della redazione italiana del Dizionario Teatrale Svizzero, nonché traduttore e autore teatrale. Ha a lungo atteso a manifestarsi come poeta e ciò ha dato i suoi frutti: la silloge è un distillato di agon verbale («Il solo fatto che si allunghino e torcano / parole, disegnando profili nel silenzio / mi dà un sussulto fisico, un brevissimo / senso di quel ch’è un fiore / prima che il giorno scenda») e riflessioni amare sull’esistenza e sullo scopo dell’umano agire («Dio delle povere ossa, / delle spalle a muro, / seminati a pianto i giorni di pigrizia uguale e dura / portavano a questo dunque?»). Principale caratteristica dell’opera di Lepori è una sorta di violenza disperata in cui lo scatto è palese segno di passione e mai gratuito sfogo: «E l’inutilità va fatta tacere a suon di botte», in convivenza felice con più eteree pennellate.  Tutte le caratteristiche sviluppate nella prima parte della silloge si precisano nella seconda, in cui l’aggettivo “politico” del titolo è da intendere nell’accezione originaria (l’aristotelico “animale politico”) e trascina con sé vasti squarci di invocata comunione, focalizzati sul tema dei padri la cui eredità è sempre mista di opportunità e vergogna. Bruciante l’equivalenza implicita: «generazione per generazione, dolore per dolore»; e ancora: «universo tragedia». Una possibilità di soluzione viene, politicamente, dalla vox populi: «Forse avevano ragione per le strade: / non c’è che un modo, / l’unico per buttare all’aria tutto: dinamitare i padri» (e non c’è nulla di ancora adolescenziale in questo!). In questo mondo restituito alla dignità della consapevolezza «il grido è solo grido, non è senso né stemma», la rivolta suprema, persino politica, è quella «contro me stesso», e la parola saprà smascherare la falsità dei padri, la corruzione delle eredità ». Sandro Montalto, « Il Corriere di Como »,  
25.11.2003

Pierre Lepori, luganese, forte di questa preziosa ‘italianità altra’ esprime uno slancio vitale perfino un po’ arruffato per eccesso di detriti prometeici, in quella sorta di Song of myself che è il Canto oscuro e politico, ossimorico nel titolo e nel programma che comprende infatti la «rivolta contro me stesso» ma anche il canonico progetto di «dinamitare i padri». Di gran lunga preferibile il controcanto esibito nelle altre poesie in cui il racconto di ogni singola ‘emozione’ è contenuto nei termini di disegno nitido e sicuro: «potrebbero essere un giorno e un’ora qualunque / e invece sono le sette di sera / la luce del sole radente / e il vento / e tutto è traslucido e perso». Fabio Zinelli, « Semicerchio », 26/27, 2002