Qualunque sia il nome, Bellinzona, Casagrande, 2003 (prefazione di Fabio Pusterla)

È la storia di una ribellione contro il silenzio e la falsificazione degli affetti quella narrata da questa intensa e compatta raccolta di poesie. Una storia che comincia da lontano nella forma di un dialogo con la figura materna e che assume poi, nella seconda parte del libro, una dimensione corale, quasi politica nell’urgenza delle sue rivendicazioni. Una storia drammatica, dunque, ma anche liberatoria, curativa, come ogni ribellione che riesca a sconfiggere o a venire a patti con il proprio nemico: un nemico che, come spesso accade, può anche nascondersi dentro di noi. Ma la salvezza, in questo caso, non può prescindere dall’appropriazione di un linguaggio capace di dare ad ogni cosa il suo nome, “qualunque sia la cosa / e qualunque sia il nome”, come recitano i versi di Margherita Guidacci posti in apertura dell’opera. Ed è qui, nelle fibre psicologiche e sociali che legano le parole alle “cose” del mondo esterno e all’esperienza vissuta, che Lepori accende il fuoco della sua poesia.

Quel que soit le nom (français)

Rassegna stampa:

Un esordio molto notevole, quello del ticinese trentacinquenne Pierre Lepori. Una poesia complessa e di qualità, impeccabile, equilibratissima eppure varia nella scrittura, capace di affrontare tematiche diverse con piena originalità e ricca articolazione interna: i rapporti parentali, il dolore e il rischio dell’esistere, il senso del corpo, il valore della parola. Non una promessa, ma l’inizio sicuro di un poeta nuovo. Maurizio Cucchi, « La Stampa » (Specchio) 
7.11.2003

[…] E’ un libro complesso, poematico, con una struttura forte che non si esaurisce in una poesia singola. E’ un poema etico e non a caso, in epigrafe, troviamo, oltre a Marguerita Guidacci, la grande poetessa Ingeborg Bachman, che ha segnato con il suo linguaggio un cammino verso l’eticità della scrittura. Stefano Raimondi “Inserto” (a.c. M.G.Rabiolo e I.De Marchi) 
RSI-Rete2 
17.11.2003

Una delle parole ricorrenti ( tema, Leitmotiv) della non « facile » , no, poco memoralizzabile poesia di Pierre Lepori è la parola muro. Ancora più ricorrente è la parola bambino… Ma non starò qui, in questa magrissima segnalazione, a perdermi in statistiche. Piuttosto si può consentire con Fabio Pusterla che nella densa presentazione […] ricorda Ungaretti: « Il mio supplizio / è quando / non mi credo / in armonia » bene – dice Pusterla – questa è una poesia di puro supplizio. […] Giovanni Orelli, « Azione », 20.11.2003

[…] Alternando sapientemente movimenti lirici e descrittivi, la pagina s’imprime degli umori di una vicenda raccontata attraverso punti di vsta diffrenti: la voce individuale del poeta è un coro. Perché tutto ormai si offre come forma balenante. E il testo […] s’intrufola, […] attraversa il bosco delle parole, […] disvela e nasconde insieme, nell’unico atto di resistere alla perdizione, al deficit originario che marchia il cuore dell’essere umano, moneta in cui gioia e dolore sono facce inscindibili e vorticanti. Marco Merlin, « Il Domenicale », 
23.11.2003

Se la garanzia ultima di un’opera poetica è data dal quoziente di necessità, dalla pulsione profonda che spazza via ogni nicchiare estetico ed estetizzante, si può dire che quest’opera prima di Pierre Lepori centri il bersaglio della poesia onesta di sabiana memoria. Il volume – composto da due parti simmetriche ma dalla diversa teleologia – propone un vero e proprio percorso gnoseologico, che attraversa gli strati del tempo e del corpo, per sbucare (come da una buca, da un remoto e implacabile funerale della ragione, condotto con protervia dal sistema familiare) in un territorio nuovo, desolato ma libero. Territorio carnale di parole, ritte in piedi contro la macina delle generazioni. Un viaggio capace di furori sgraziati, di bruschi cambiamenti di ritmo, giustificati dalla strada accidentata verso un sapere nuovo. Una conquista ad ogni costo. Antonio Recanati, “Diario poetico”, marzo 2004

E’ davvero difficile dire l’entusiasmo con cui si accoglie un volume come questa complessa e articolata quanto compatta raccolta di Pierre Lepori. Tutto è all’insegna dell’equilibrio e della compostezza, quella reale, ossia quella calma che sta sopra al pentolone ribollente di un animo vivissimo ma è tesa a risparmiare le energie, evitare manifestazioni scalmanate e puerili per andare direttamente al midollo, al problema. Tale problema è il rapporto parentale, il complesso gioco dell’esistere, il rapporto con sé e il prossimo sotto l’aspetto tanto corporeo quanto linguistico. E l’inganno, al quale è dedicata la prima poesia: « Erano sere uguali allineate, / tavole un tempo imbandite, festino ora deserto: / ore lente del quasi l’alba tra i castagni, / e luci sulla neve alla lontana. // […] Ma è ancora l’inganno / come un latrato nel silenzio, sempre. / Stranamente la pace ha conservato / l’occhio felino dell’odio. La voce d’avvoltoio ». […] Sandro Montalto, « La Clessidra », anno X, n. 2, 
novembre 2004

Insomma, su premesse liriche, se è vero che « gridare dentro non è / gridare per tutti », il ‘grido da dentro’ consegna più volte un poeta di sicuro interese quando la lotta delle generazioni […], e l’accadere della violenza – con la sua figura intrinseca, la sterilità – fosse anche soltanto per eco ‘privato’ della violenza della storia, avviene nel chiuso teatro del testo che ha nell’io dell’autore la prima condizione di ascolto, dove è possibile « piantare un grido / esattamente al centro del gorgo come un ramo », al « lato caldo della luce ». Fabio Zinelli, 
 »Semicerchio », XXX-XXXI, 2004

Pierre Lepori, dopo la scelta di poesie apparse nel Settimo quaderno di poesia italiana (Milano, Marcos y Marcos, 2001, a cura di Franco Buffoni), ha pubblicato Qualunque sia il nome (Bellinzona, Casagrande, 2003, pref. di Fabio Pusterla) e Vento (Faloppio – Como, Lietocolle, 2004, pref. di Stefano Raimondi). Considerando il carattere dell’indagine poetico-analitica che l’autore avvia con se stesso e la propria vicenda, in rapporto alla famiglia e al mondo esterno, potremmo dare alla sua poesia l’appellativo di esistenziale (“Ma l’esistenza impedisce di esistere”), con una precisazione: egli reagisce alla vischiosità della sofferenza, con la quale molti paiono andare a nozze, per intraprendere, attraverso una complessa e meditata elaborazione, la lotta contro il male costituito innanzitutto dall’inganno e dai colpevoli silenzi. Il passo anabatico, l’apertura del “libro dei morti”, lo spingerà infatti a una sovversione intima e alla luce della parola piena, con una manovra che, prima di Freud, ricorda Nietzsche. Ecco perché, pur non rimovendo i caratteri specifici della poesia, egli apre una serrata e impietosa ricerca in cui si sente bene come scrivere non significhi sfogarsi, ma giungere, tramite l’atto di parola, alla scoperta di se stessi e al vero inizio del lavoro: “Non puoi negarlo: nato oggi, / tutto comincia con la richiesta di aprire, infine, / il libro dei morti[…]”. Come può accadere durante un’analisi, il poeta avvia una elaborazione che lo porterà ad abbandonare la posizione comoda di chi accusa e si lamenta, per scoprirsi come parte in gioco e procedere con moto ascendente verso Il senso della battaglia. Mossa politica, sulle lontane tracce di Leopardi, dal momento che il male non vuol più essere svelato in solitudine, bensì denunciato tramite il passaggio dall’io al noi, un noi che dà energia alla ribellione e permette di riposizionarsi in una nuova strategia poetica: “e un dolore privato è poca cosa. Solo, gridare dentro non è / gridare per tutti”. Il fatto che Pierre Lepori non civetti con la letteratura (le citazioni, nell’assumere un valore i ponti ermeneutici, credo rispondano a un desiderio di affratellante riconoscimento) e che il suo impegno sia diretto a scoprire il male mascherato (“Stranamente la pace ha conservato / l’occhio felino dell’odio. La voce dell’avvoltoio”), non lo obbliga a eliminare la bellezza e una già velata musicalità dal lavoro poetico, perché se l’esistenza può impedirci di esistere, la realtà non è rappresentata dall’univolto, bensì dal molteplice, con relativi effetti di adesione, contrasto e repulsione sull’animo di chi la vive. Il bene e il male provengono dallo stesso luogo, direbbe Giampiero Neri, e riuscire a individuarli dietro le maschere – calzate per ingannare, ma anche per timidezza – raggiungere insomma effetti di verità, contro le Verità di comodo, provoca quel senso di godimento, risalita e liberazione che in Pierre Lepori coincide con la scoperta della sua voce poetica. Silvio Aman, « Tellusfolio », 6 novembre 2007

Difficile sostenere il peso di una poesia « esistenziale » senza lasciarsi tentare da quello che è stato chiamato il mito autobiografico. Oppure, per vie opposte, senza cedere alla voglia di recensire passivamente frammenti del proprio vissuto, come accade presso troppi epigoni del crepuscolarismo. Con la sua raccolta Qualunque sia il nome ( Bellinzona, Casagrande 2003), a mio parere una tra le poche opere prime notevoli degli ultimi anni nella Svizzera italiana, Lepori dimostra di saper schivare entrambi i pericoli. Che il suo mondo poetico si costruisca su un fondale dominato dal romanzo familiare (dai suoi riverberi traumatici, dal prudere di antiche e dolenti cicatrici che si tramandano per generazioni) è indubbio.
Ma a risolvere su un piano più alto l’antefatto di cronaca di cui è stato pur necessario conservare fino in fondo gli umori attraverso accenni memoriali replicati, spesso crudeli, interviene una concezione poetica decisa ad affrontare il lungo percorso che dall’ìnaugurale avvertimento del magma inenarrabile, dalla sempre lacunosa registrazione del vissuto, s’indirizza  » verso la riappropriazione del dire » […]. Gilberto Isella
, « Giornale del Popolo », 
9.12.2003

(…) Ed è proprio questa scoperta, quella di avere un corpo « disegnato » di parole, la grande conquista gnoseologica da cui esce arricchito l’io lirico. Tanto che, in Fratelli, con uno sguardo più distaccato, una sorta di « ripresa dall’alto« , si ripercorre la traiettoria « vertigine, franamento, deriva e poi pietà« , rendendo pubblico quello che prima era apparso privato. E’ questa la parte politica (così la definisce l’autore) del libro: nel senso che in essa il dolore diventa forma di rappresentazione del mondo e della realtà, diventa lente attraverso cui guardare le cose, smascherandone il lato oscuro, il non-detto, la loro intima verità. La ferita subita consente di vedere ciò che si nasconde dietro la ferita del mondo, dietro le relazioni sociali. Ma per fare questo è stato necessario parlare, mostrare la pelle aperta e pulsante, quel lento « scivolare all’infinito sulla lama« . Solo in questo modo è stato possibile liberarsi dal « rancore » e da tutto ciò che covava nel profondo (« liberato dal di dentro« ). (…) Mattia Cavadini, Il paese più straziato è la mia carne, “Bloc Notes”, giugno 2004

Il libro di Pierre Lepori, Qualunque sia il nome offre ai lettori una provocazione stilistica, mentre a me dà modo di innescare una micro-polemica sulla scelta dei temi. Per quanto mi riguarda, trovo un po’ difficile condividere una delle tesi del prefatore Fabio Pusterla, il quale parla di riscatto, all’interno di una storia autobiografica. Non ho avvertito questa cifra narrativa, mentre mi sono trovato d’accordo con lui quando ha definito questa poesia, la poesia del gesto e del corpo. Forse, conoscendo l’autore, egli avrà avuto modo di conoscerne la vita; provate però a mettervi nei panni di un lettore occasionale e vedrete, questi, cosa potrà dirvi sul mistero insito in un tale progetto! Dico subito che il dettato dell’autore è in molti punti pregevole; aggiungo anche la mia nota entusiastica sul tono fermo, da poeta ormai saldo. Lo scarto retorico, all’interno di questo Qualunque sia il nome è alto; le sinestesie si tagliano a fette, mentre le allitterazioni e le assonanze (specialmente in –ato, –ate, ati ecc.) danno alla scrittura un tono un po’ querulo e ansioso. I colori sono, appunto, “assordanti” e appartengono a un sole “che si schiuma” nel bianco indisponente della neve. Il viaggio è di frequente ricordato, e parrebbe sempre un viaggio-lutto, mentre la situazione contingente e la “location” dei fatti parrebbero appartenere all’onirismo più convinto. I sogni però sono autentici incubi rattenuti, come cristallizzati in una sorta di cronicità latente. Il poeta fugge da qualcuno o da qualcosa (e qui i riferimenti alla famiglia, al luogo della radice, potrebbero rivelarsi in parte più probabili); il suo dire è quello di un incatenato, di un posseduto dal male, o dalla malattia del vivere: in definitiva, vi è in lui una sorta di “possessione creativa” che lo apparenta, se vogliamo, al Dante della fuga dai luoghi deputati all’Inferno (palese in Dal Purgatorio). All’interno di un simile lavoro, l’irrealtà, o l’iperrealtà, è all’ordine del giorno. L’incredibile sofferenza cade come un velo sui luoghi montani, sulle case e i loro interni. Ogni oggetto è suscettibile di energia malevola, di cripticità allusiva molto convincente, nonché di maledetta fascinazione. Il rituale è geniale; la solidità delle intenzioni, granitica. A mio avviso, le due raccolte qui unite (quella che dà il titolo a tutto il volume, e l’altra, intitolata “Fratelli”, sono un unico progetto, all’interno del quale non ravviso particolari scarti di stile o di poetica. Questa fatica di Lepori mi piace definirla una storia oggettiva, di origine umana, in cui l’uomo (appunto) tenta di scarnificarsi e di uccidersi, pur di togliersi da un contesto innaturale e doloroso. E’, in definitiva, la metafora della nostra vita di poveri cristi della modernità, della parola sottratta e della speranza amputata. Speriamo che Qualunque sia il nome possa fungere da monito per noi tutti. Gianfranco Fabbri, « FuoriCasa Poesia », n.2, 2006

rsi-rete2Rete2, RSI
« Inserto », 20 novembre 2003
Intervista a Fabio Pusterla e Stefano Raimondi
acura di Mariagrazia Rabiolo