Strade bianche

Lepori, Strade bianche 300Strade bianche, Novara, Interlinea (« Lyra » 51),  2013. « L’inizio sicuro di un poeta nuovo» aveva definito Maurizio Cucchi il libro d’esordio dello svizzero Pierre Lepori, che riserva alla poesia la sua voce più lancinante. In questo libro sfilano i volti dei passanti, le emozioni di una performance coreografica, lo choc provato nell’incontro con l’architettura dello Jüdisches Museum di Berlino. In una lingua alta, percorsa da clangori e franamenti, Strade bianche tesse una fragile ma implacabile litania dei giorni, con un’attenzione spasmodica al linguaggio del corpo e alla poetica dei “tempi deboli” del cineasta francese Raymond Depardon. (Quarta di copertina)

ESTRATTI DA ASCOLTARE:

 

 

 

Poeta svizzero tra i maggiori emergenti capace di un lavoro che lo colloca in un’ottica internazionale ben diversa dai nostri normali confini, un lungo dialogo che rende sicuramente interessante molta della poesia straniera che in questo momento sta arrivando in Italia grazie anche all’apporto di un’editoria come quella di poesia da sempre attenta alla nuove voci e alle nuove dinamiche. Lepori lavora con un’idea precisa di viandante, quell’idea di strada che attraversa sì i percorsi, i luoghi ma che sembra ragionare sulla vita in prima istanza, sulle persone: un io che nel viaggio più che raccontare se stesso finisce per descrivere, anche in maniera cruda, la realtà umana. (…) Ma oltre alla sostanza del racconto certamente in Lepori colpisce la precisione della parola e della costruzione, una voce in grado di addentrarsi anche all’interno di tematiche più oscure e difficili della storia, come per esempio la Shoah, la capacità di affrontare la disumanizzazione proprio con gli strumenti tipici dell’uomo, rendendo tangibile il riscatto, la possibile conversione. Una voce alta e solida quella di Pierre Lepori (…). Matteo Fantuzzi  “La Voce di Romagna”, 9 dicembre 2013.

A dieci anni dalla sua prima raccolta di poesie – dopo i romanzi Grisù e Sessualità – ecco che Pierre Lepori ci consegna quello che lui stesso definisce come il “secondo tassello” di una trilogia in versi (…). Ad una prima lettura c’è qualcosa che fa pensare a specie di curiosa commistione tra l’opera di Vittorio Sereni e quella di Dario Bellezza: sembra che il ritmo scavato e discreto del primo si voglia sposare con la crudezza ferita e malinconica del secondo; con la sua fame di fanciullezza e il suo costante lamento. I passaggi migliori sono forse quelli che in cui il poeta ci consegna immagini sospese che paiono emergere da sotto un cumulo di macerie grigie, in una zona che si trova tra la memoria di un peso difficile da sopportare e il risveglio di fronte al tempo presente. (…) Brume mattutine, acque invernali, cieli bianchi, volti riflessi su vetri umidi, figure appannate, dettagli che si presentano come un lembo di passato, recando il segno di ciò che definisce l’io poetico. (…) Vediamo dunque che anche per Pierre Lepori è dal corpo che nasce la parola poetica, dal suo slogarsi, dalla sua imperfetta grazia, e dal suo doloroso mistero.
Daniele Bernardi, “Il segnalibro”, RSI/Rete2, 30.1.2014.


(…) Pierre Lepori da sempre entra nelle pieghe dell’avventura umana percorrendone i frammenti, non vite unitarie e piene, ma tracce intorno alle quali si snodano sentimenti alterni. Da questi, è forse possibile ricomporre un senso a quanto accade, non senza attraversare vaste aree di solitudine e compassione (patire con) (…). L’ultimo lavoro di Lepori sul fronte della poesia (…) è ‘ Strade Bianche ‘, uscito da poco per le edizioni Interlinea. La scrittura di Lepori, con bellezza estesa ad ogni vicenda umana che legge e cerca di sondare, tiene insieme una galleria di vite, ‘Luci d’Inverno’, d’identità e corpi, memoria e presente, che sono il sentiero aperto alla moltitudine dei luoghi che incontriamo ogni giorno. Anche nella disillusione, Il sogno si rivela per quello che è / sonno e null’altro , il poeta nelle diverse sezioni del testo esprime una vitalità estrema, come accade se vita e morte non si contrappongono, ma sono dentro ‘ il semplice fatto di esistere’.
Massimo Daviddi
, acpnet.org, febbraio 2014.

Aggirarsi nei luoghi del trauma (individuale, collettivo) alla ricerca di un varco, di una parola rivelatrice e in qualche misura rasserenante, sembra essere questa la cifra esistenziale del poeta ticinese Pierre Lepori. Lo sapevamo fin dalla raccolta Qualunque sia il nome (2003) ma ora, a dieci anni di distanza, con Strade bianche (Interlinea) il gioco si fa più aperto e articolato, grazie anche alla pluralità degli scenari proposti: dall’anonima camera d’albergo allo straziante Jüdisches Museum di Berlino. Le strade del titolo accennano al viaggiare, ed è appunto la volontà di incamminarsi «verso una patria finalmente ritrovata» il tema che anima il libro. Quale patria? Si tratta senza dubbio del corpo, assunto vitalisticamente a motore del conoscere e del comunicare ma troppo spesso umiliato dalla durezza delle circostanze, dalla solitudine e dal mutismo sociale. (…) Come per il poeta francese Bernard Noël, il corpo per Lepori è tutto: faro, cartografia, sismografo della vita interiore e del verso. Còlto nella sua performatività più elevata (euforico accoglimento della realtà che ci attornia) è danza (…).
Gilberto Isella, Giornale del Popolo, 22 febbraio 2014.

(…) Quel che non convince è il tentativo di tenere insieme nello stesso libro un percorso diacronico – che va dall’angoscia privata alla tragedia storica, passando per il pedinamento zavattiniano del reale – e la stratificazione percettiva di un’inquietudine tutto sommato ancora fin troppo autobiografica. Nonostante le grandi qualità stilistiche (sempre più chiaramente vicine alla prosa), Lepori non sembra saper trasfigurare il vissuto al di fuori del proprio sguardo, pur dotato di virtù gnoseologiche evidenti. Se i “tempi deboli” di Raymond Depardon (invocati nella nota conclusiva) possono funzionare cinematograficamente (…), se i corpi danzanti descritti nella sezione “40 Espontáneos” sanno commuovere una platea teatrale, i versi di questa raccolta  – pur sinceri e a tratti intensi – non basano a portare a termine un progetto ambizioso: una “volontà di sapere” che dall’intimo proceda verso il politico (…).
Antonella Barosso, “Magazzini poetici”, n° 24, marzo 2014.

(…) Una presenza importante all’interno di questo percorso è quella del corpo: «Il ragazzo di vent’anni ha un corpo di miele / come qualcosa che gli scorre addosso; / ma lo amerà proprio dove si sloga, / dove un tendine incespica e fa male: / e solo allora sarà un corpo-parola». Questi cinque versi ci riportano alla bellissima poesia di Sandro Penna sul «fanciullo acquatico e felice» che «gravido di luce» indicava al poeta la «stagione di silenzio» e la sua «festa di parole». (…) Tra le sezioni successive vi è poi La strada, dove sembra che quel corpo, che è il luogo di ogni enigma, divenga l’emblema dell’altro da sé mai raggiungibile. Qui leggiamo di uno sconosciuto cancellato dalla folla, trascinato «lontano / in un va e vieni, in uno sbattere di porte». Oppure scorgiamo di nuovo la figura del «ragazzo», che ora si presenta come quella di un «predatore sul taglio del mattino». C’è anche altro nel libro di Pierre Lepori. Ad esempio la sezione Jüdisches Museum, che però, rispetto al resto, risulta meno interessante. Sono invece gli elementi relativi al vissuto personale ad avere più presa sul lettore per via della loro tensione desiderante da cui sorge una sorta di visione offuscata.
Daniele Bernardi, Corriere del Ticino, 13 marzo 2014.

Come scrivere poesia dopo l’indimenticato Qualunque sia il nome (Casagrande, 2003)? Come non tradire la sua «tragica volontà di dire»? Con Strade bianche,Lepori – negli ultimi anni anche autore di romanzi – propone un percorso esplorativo («Mi pare di capire perché scrivo poesia: perché non sono del tutto sicuro di esistere»), tracciabile sin dai titoli delle sezioni: La stanza, Il corpo, Linea d’ombra, La strada, Jüdisches Museum, Chiusa sul Mare del Nord. Poesia tesa, dal lessico cangiante e dalla versificazione irrequieta, pronta a spezzarsi; del resto, «Le nuvole si spostano, / le forme non importano, / non si leggono più, non sono auspici, / ma matrici della luce che cambia».
Yari Bernasconi, « Viceversa Letteratura », 8, maggio 2014.

(…) Se il corpo « è l’ultimo che cede”  (63), l’autore sfida la parola e la riflessione proprio laddove il corpo ha ceduto così tante volte. E interroga la memoria, non la sua, ma quella della storia, inscenando un io stordito che sonda il dolore degli altri, consapevole che il suo dire e interrogare e voler capire non trovano parole precise né giuste. E quindi è un parlare sottovoce, per intermittenza, così come i vuoti dell’architettura cercano di riempire i senso dei buchi della memoria, laddove il senso non c’è ed è stato brutalmente annientato. Stimolante, a nostro avviso, la sezione Jüdisches Museum, esattamente per questa ragione, e coraggiosa: affrontare il limite estremo del senso, percorrere il deserto della parola, consapevoli del proprio limite, ma non indietreggiare. Sentirsi forse profondamente umani in questa sorta di no man’s land che è quella universale della morte. (…) E se “non è più un campo di battaglia” (92), quando prima, nel 2003, si leggeva “il senso della battaglia”, è forse perché quel che importa, oggi come ieri, è il senso che sopravvive, un senso che spesso s’esilia e che è necessario, fondamentale cercare: ritrovare il senso della tragedia dell’io, ma anche di quella tragedia dell’umanità che ha messo allo sbaraglio voce e pensiero, una “voce incapace di contenere occhi a milioni” (79). Laddove è impossibile accogliere il mondo tra le braccia e ritrovare il senso delle cose, è necessario soffermarsi, osservare, pensare, lasciarsi prendere dalla tentazione di capire, anche se questo significa annaspare nel vuoto, “protendere le mani verso il fuoco” e attendere finché ognuno trovi il proprio nord (110).
Prisca Agustoni, “Atelier”, numero 74, giugno 2014.

Mi chiedo quale mare assente abbia mai attraversato Pierre Lepori per riuscire a dare parole a questa solitudine così bianca. Bianca la pagina, bianca la strada, bianco il pane, bianca la pietra e la fronte dove i ricordi vanno ad accasarsi – dicono per poco, il tempo di morire e poi non pensarci, non amarli mai più. Avrà visto molte albe, e patito il freddo delle strade, Pierre Lepori, forse udito una musica distante e indimenticabile come una spina da portarsi in corpo, al di là del bene e del male, fitta che addiviene senza scampo nome terrestre. Un friabile pezzo di autunno che si abbandona al suo equinozio.
Federica D’Amato, Effeffedi, gennaio 2015.

il-punto-aIl punto (Rete2/RSIReteDue), intervista
di Dubravko Pusek, 19 febbraio 2014.