Effetto notte

Le voci nella notte. Una parola libera, magari un po’ ammaccata, la vita che pullula. E soprattutto: una vita che sembra esistere solo quando si può raccontare, dandole un’identità narrativa, fluida perché sul fiato, notturna, esitante. È anche un modo per dire che la letteratura non è un orpello culturale, ma una grande sfida contro il silenzio e le oppressioni di ogni tipo… Effetto notte è forse il mio romanzo più ottimista, che rivendica la necessità di «ri-scriversi continuamente», come dice Didier Eribon. «Diventa te stesso» è il motto, per nulla paradossale, di Nietzsche: vuol dire che non basta vivere, bisogna sapersi inventare, perdersi e trovarsi. Intervista con Luca Dorsa, «Viceversa letteratura», 12, 2018
Il punto di forza di questo romanzo non consiste tanto in una trama avvincente o dei personaggi estremamente carismatici quanto nel genuino interesse per gli sviluppi umani del protagonista, uno spontaneo affetto che nasce verso un individuo così sperduto e incapace di ritrovarsi.
Riccardo Angiolini su VoxReading.it, 4 luglio 2019.
Vox Zerocinquantuno n.35 Luglio 2019
Domenico Conoscenti, LuciaLibri, 22 giugno 2019.
Sul finire del 2018 Pierre Lepori è uscito con tre pubblicazioni che segnano, indubitabilmente, il suo cammino letterario: le poesie di “Quasi amore” (Edizioni sottoscala di Bellinzona), il romanzo “Nuit américaine” (pubblicato in francese – un’auto traduzione – dalle Éditions d’en bas di Losanna) e i tredici monologhi che compongono “Klaus Nomi Projekt” Éditions HumuS di Losanna). Tre pubblicazioni che ci aiutano a conoscere meglio il suo mondo poetico.

Geronimo Libri, Radio Svizzera Italiana, Rete Due, 19 febbraio 2019
Elda Pianezzi, Fiducia in un mondo segreto, « La Regione« , 29 ottobre 2018

Attualità culturale, Radio Svizzera Italiana, Rete Due, 30.10.2018

Non sono del tutto sicuro di esistere, Alessandro. No, mi spiego male. Diciamo che se mi guardo allo specchio, ci sono, mi ci vedo, mi riconosco. Se mi pizzico, idem. Se chiudo gli occhi e mi concentro, è vero che il mondo scompare tutt’intorno, però mi sembra di persistere, di tener fede, tener banco, non so come spiegarglielo. Ma è così. Il problema è quando parlo. Nel senso che: dico delle cose, anche cose semplici come passami il sale o dove hai messo i miei calzini, e ho l’impressione di recitare una parte, di impostare la voce come un vecchio attore di provincia. Sarà che ho questa voce bassa, da Vittorio Gassman, se lo ricorda Gassman nei Soliti ignoti? Lo sente anche lei, è una voce da attore, che non quadra in una conversazione davanti a una birra o quando chiedo un biglietto del treno; cose semplici, capisce, che diventano tremendamente esagerate quando le dico. Va a finire che smetto di parlare, già succede, sto zitto, mi faccio piccolo piccolo. Non sono un taciturno, anche se le parole che finisco con -urno mi sono sempre piaciute. Diurno. Notturno. Chopin, vero che lei ama molto Chopin, Alessandro, se ricordo bene una volta ha anche detto che lo sa suonare? Scusi, non voglio parlare di lei, ammiro molto la sua discrezione, il suo modo di stare ad ascoltare ed essere qui per noi, la ascolto sempre, notte dopo notte. Notturno. Beh, torniamo a me: il problema è che quando parlo mi sembra di essere Otello, finisco per non credere nemmeno io a quel che sto per dire e vorrei sprofondare. Ma il problema grave è un altro: è mio figlio, le due cose sono legate. Lui non mi parla più, non so come fare. Un po’ per la voce, ho l’impressione che questa voce da basso profondo lo spaventi, vedo che sobbalza come se lo prendessi a schiaffi. Quando era piccolo gli piaceva, mi ricordo, perché facevo la voce dell’orco, nelle favole. Lui si tirava su la coperta fino al naso, mi ascoltava con quegli occhi sbarrati così belli. Mio figlio ha occhi bellissimi, mi crede, Alessandro? Però adesso non leggo più le fiabe, non posso fare il vocione per chiedergli come va a scuola. Certo non posso lamentarmi, mi porta a casa pagelle magnifiche. Però vorrei parlargli. Ci provo e lui non mi guarda, resta attraccato al telefonino, scrive e riceve messaggi, immagino, non so, non ho capito, e mi parla appena, di traverso. Mi evita. Potrei dirlo a sua madre, ma avrei l’aria di cosa? Di un padre che quando ha il figlio a casa, due fine settimana al mese, non sa parlargli? Se lo dico a sua madre, faccio la figura di non sapermela cavare, lasciamo perdere, Alessandro. Però vorrei sapere se mio figlio mi considera in vita, o se usa solo casa mia come un albergo… davvero, mi sembra di diventare trasparente, non esisto. E meno esisto, meno parlo. Meno parlo, meno esisto. Lo so che basta poco, ma quel poco com’è, Alessandro? Non mi faccia i complimenti per la voce, non ho intenzione di recitarle una poesia. Una voce così, le assicuro, e tutto diventa finto.

Effetto Notte, Milano, Effigie, giugno 2019 (estratto).