Spin-off di Effetto Notte

I primi tre spin-off di Effetto notte sono stati creati su commissione delle Giornate Letterarie di Soletta (maggio 2020), ma vengono a mano a mano aggiornati, dando spazio a nuovi personaggi secondari del romanzo (attualmente nove).

Ultimo aggiornamento: settembre 2020 (Patrizia, Antonello, la iena)


In questo racconto i luoghi, e i personaggi, sono immaginati. Gli uni non si trovano sulla carta geografica, gli altri non vivono, né sono vissuti, in nessuna parte del mondo. E mi dispiace dirlo, avendoli amati come fossero veri» (Natalia Ginzburg, Le voci della sera)

Spin-off: la parola è oggi in uso nel mondo audiovisivo. In genere si tratta di episodi secondari, tratti da una serie o da un film di successo, che prendono la tangente. Un personaggio minore di una saga viene seguito, le sue vicende sviluppate, e il mondo fittizio si popola di nuove avventure. Dal profilo narrativo, niente di veramente nuovo: derive, divaricazioni, excursus popolano da sempre la letteratura, dalle Mille e una notte al Castello dei destini incrociati. Ogni lettore procede a una selezione naturale e a un’implementazione immaginaria delle informazioni che riceve: il mondo che legge non è chiuso né concluso. Anzi, è proprio la sua capacità di esistere anche al di fuori delle rigide coordinate del racconto a rendere così appassionante, così vivo, quel reame; quei territori, come diceva Michaux. E i personaggi sono tanto più vivi, quanto più ci sembrano esistere al di là di quel che sappiamo di loro. Quante immagini, quante emozioni di per sé non descritte nel libro, riescono a colpirci, restandoci dentro per anni. Anche chi scrive, come chi legge, a volte ha l’impressione di conoscere intimamente i personaggi, ivi compresi quelli in ombra, che passano solo come brevi comparse. La molteplicità delle vite possibili è iscritta in un semplice lampo narrativo. E allora perché non dar loro un po’ più di spazio, al di fuori del romanzo in cui sono stati concepiti? Perché non tirare il filo appena accennato della loro esistenza – così appassionante e vivida, tra le pieghe di una pagina in cui sembravano solo in transito – e continuare a raccontare? Lo spin-off letterario non è un nuovo genere, ma la semplice ammissione che ogni libro genera mondi infiniti; da leggere, da esplorare, da scrivere. Mondi solo abbozzati, che vibrano nei territori della fantasia. O della realtà?

Marie-France

Era a tutti gli effetti una delusione, anche se non voleva ammetterlo, aveva sempre fatto fatica ad accettare la realtà, dopo aver sognato, almanaccato, inventato destini a cui in fin dei conti non aveva mai avuto accesso. Aveva un senso spiccato dell’immaginazione, lo diceva anche Martha, la sua psicologa, sempre pronta a sostenerla e a renderle meno amara la pillola. Le pillole, e tante.  Le delusioni, ah sì, ne conosceva odore e sapore, ma si lasciava sempre distrarre da quella maledetta fantasia, romanticheria. E poi paf, la realtà faceva irruzione e impiegava giorni e giorni a rimettere insieme i cocci del reale. Si abbuffava di vitello tonnato, il suo piatto preferito; a volte versava una lacrima, aiutandosi con canzoni a tutto volume dalla radio, e poi ci metteva una pietra sopra. Pietra tombale della sua vita di zitella.  Questa volta, poi, ci era andata dentro di brutto, gli era bastata quella voce così calda, così amichevole, al telefono: due chiamate, dieci minuti al massimo, prima e dopo avergli spedito i dossier per gli appartamenti da affittare in città. E già se l’era visto arrivare con un mazzo di fiori. No, non così, non una cosa esagerata e kitsch, eppure la sua fantasia galoppava lo stesso. Si era vista la scena – un film perfetto con una musica perfetta – di lui che arriva a ritirare le chiavi, e la scintilla che schiocca al primo sguardo. Tecnicamente, il suo ragionamento immaginifico non faceva una piega: quell’uomo, solo senz’altro, aveva affittato un appartamento grande e bello, per un prezzo non irrisorio, un po’ a nord, nel quartiere italiano pieno di ristorantini e locali trendy. Quindi avrebbe avuto tempo, dopo quel primo sguardo ammaliatore… si fa per dire. Dalla voce, lo aveva immaginato maturo ma seducente, perfetto per lei che non era più di primo pelo. Elegante, brizzolato, calmo e pieno di attenzioni. Si era comportato – al telefono – con gentilezza squisita. Era raro; in genere gli uomini soli che chiamavano l’agenzia per trovare una casa d’affitto erano sbrigativi, economi, andavano dritti allo scopo. Il più delle volte bastava loro un monolocale con balcone, se possibile esposto a sud.  Ma lui no – Alessandro si chiamava –, lui gli era subito sembrato di pasta diversa, pasta di bignè, cioè colto e amabile, un tipo un po’ all’antica. E ovviamente, nel suo sogno ad occhi aperti, totally charming. Allora quando si era vista arrivare davanti quell’ometto basso e obeso, con un ciuffetto mal pettinato di radi capelli sul cranio liscio e rovinato dal sole, aveva spalancato la bocca senza osare guardarlo; e internamente era scoppiata una tempesta di “cretina” di “solita scema”, di zimbella di se stessa. Questa volta non aveva pianto, stretta al gatto nero dal muso affusolato, che la consolava sempre di carezze non bastanti. Forse era iniziato già il tempo del cinismo… era stata talmente scottata dalla vita, che a poco a poco si era insinuato in lei il disincanto. Sognava sempre, se la raccontava, però poi quando Cenerentola andava in frantumi, si abbuffava e basta, il che non era particolarmente indicato per aumentare in lei l’autostima, ma almeno superava la crisi. Magari con due o tre birre per poi dormire sodo, la prima notte essendo sempre la peggiore. Non che l’ometto la disgustasse, anzi anche dal vivo le era sembrato d’una cortesia triste che prometteva gentilezza e tatto. Però lei era fatta così, sogni romantici a iosa e nessuna voglia di scendere a patti con il principe azzurro che si meritava. O tutto o niente, fin da bambina, era stata questa la sua dannazione. E lo diceva anche a Martha, lo ripeteva. Non poteva tapparsi il naso, con gli uomini brutti e grassi proprio non ci si vedeva. E questo Alessandro era brutto e grasso, c’era poco da discutere, tristissimo negli occhi e nel portamento, non ci poteva fare niente, era più forte di lei. Dopo aver chiuso l’agenzia, aveva preso la metro fino a Verdun, non era tornata subito a casa. La giornata di marzo era umida e tiepida, era scesa fino alla riva del fiume. Tutto le sembrava più triste, adesso, probabilmente era sempre stato triste, quest’angolo di città poco dopo l’inverno, con quel giardinetto d’erba usta e i giochi per bambini sgangherati e sporchi. Non aveva più la forza di camminare, si era semplicemente seduta su uno di quei blocchi di granito grezzo che bordeggiano il corso del Saint-Laurent. Si sentiva un’idiota, a starsene lì senza un motivo apparente, a guardare al di là del fiume i palazzoni dell’Île des Soeurs. Grigi, spogli, addirittura arrugginiti: il tempo aveva fatto riaffiorare le armature rossastre del cemento armato. Un gruppetto di anatre passava cicalando, dietro le sue spalle il frusciare delle bici. Anche lei, un tempo, si era sentita avventurosa e piena di vita, a sbucciarsi le ginocchia nei giochi da ragazzi, nell’adolescenza cittadina senza troppi crucci. Il ricordo di sua sorella la attraversò come un’onda benigna. Era morta così giovane, lei invece era sempre lì. Sola e infelice. O forse no, in vita e basta. Felice o infelice contava poco, ormai. A casa, l’aspettava una sorpresa non proprio agréable. Il tappeto del salotto era cosparso di piume, il gatto doveva aver acchiappato un passerotto e se l’era sgranocchiato in sua assenza. Una vita da gatto, si disse mentre puliva quello scempio, forse era quello che adesso sognava. Poi si buttò sul vitello tonnato.

Caroline

Chissà perché stava raccontando tutte quelle corbellerie, non era sua abitudine mentire. Cioè, un po’ sì, le piaceva darsi delle arie. E poi, poi… non stava inventando stava ricamando, come si dice… la trama della sua vita era pur sempre quella, lavorava in una casa editrice, era una splendida divorziata quarantenne, suo figlio era partito per il college a New York, grazie ai soldi del babbo, bello stronzo. Un po’ le spiaceva… l’allegria contagiosa di Miguel, quando era in casa con lei, le evitava di pensare che a parte il lavoro – la passione, stava dicendo la passione e in questo non fingeva! – la sua vita si era svuotata. Niente di grave, niente di definitivo, ma forse adesso avrebbe dovuto darsi una mossa, per non trovarsi vecchia e sola. La semplice idea le faceva accapponare la pelle. Allora perché non indorare un po’ la pillola, con quest’uomo charmant, proprio di quelli che piacciono a lei, di quelli che non danno nell’occhio (anzi era decisamente poco avvenente), ma che quando li conosci sono un mare fresco di sorprese. Faceva la civetta? Oh Dio, no, non era certo il suo genere, però da qualche ora s’industriava a fare l’interessante, a rendere meno monotona l’immagine di sé. Perché di sé aveva un’immagine tediosa. Quando si guardava allo specchio: occhialini, naso all’insù, caschetto d’un castano né bello né brutto, si trovava una donna qualunque. Forse per questo era necessario un briciolo di mitomania. La casa editrice, quella c’era, ma lei era solo l’addetta stampa, non certo la direttrice, non ne sarebbe stata capace. Probabilmente avrebbe sbranato quegli autori che si davano arie da filosofi, mentre lei che doveva presenziare a saloni e fiere, che doveva difendere i loro libri assillando giornalisti e redazioni distratte, conosceva l’altro lato della medaglia. Pubblicare un libro, oramai, non garantiva più a nessuno di far parte dell’élite. Di libri ce n’erano troppi, lo diceva anche la sua capa, l’editrice, quella vera. Il mondo andava in una direzione diversa. O forse no? Parlandone con quell’uomo, nelle sette ore del volo transatlantico, il lavoro in casa editrice sembrava brillante, addirittura seducente. Un’addetta culturale, era. Lui invece, da anni impiegato alla radio… evidentemente esagerava anche lui, quando le raccontava la sua passione folle per le notti – perché aveva una trasmissione notturna, da mezzanotte alle tre – esagerava ma gli brillavano gli occhi. Chissà se anche a lei brillavano gli occhi di lampi sinceri, di vera passione, mentre millantava il suo ruolo di direttrice editoriale. Quell’uomo gli piaceva, non parecchio ma un po’. E questo era un bel problema. Perché se lui gli chiedeva un recapito, un numero di telefono (come sperava in cuor suo), poi come la metteva con le bugie che aveva raccontato durante il viaggio? Forse era un sabotaggio interiore, quello che stava mettendo in atto (era ormai esperta in auto-analisi psicologiche spericolate, non a caso loro pubblicavano libri di auto-stima e spiritualità soft, e spesso li leggeva); un modo per stroncare sul nascere una simpatia che poteva trasformarsi in altro, Magari si sentiva in colpa perché, una volta recapitato Miguel al college, lei si dava alla pazza gioia, alla bella vita. Vita di donna divorziata che cerca avventure, questa poi. Perché no, perché no avrebbe detto sua madre, lei che di avventure ne aveva avute fino alla fine, che una volta ricoverata in casa per anziani aveva presentato a tutta la famiglia un conte ungherese con cui aveva deciso di occupare camere comunicanti e poi magari di sposarlo (ma non aveva fatto in tempo)? Chissà poi perché doveva impedirsi di pensarsi ancora bella, seducente, appetibile. Quel giornalista sembrava darle ragione, la lusingava chiedendole dettagli sempre più insistenti sul suo lavoro, sulle sue passioni, addirittura – era indiscreto! – sulla sua vita di famiglia. Come fare, adesso, a scoprire le carte. Mica poteva, dopo due ore di conversazione, dirgli: mi spiace, sa, quello che le ho raccontato non sono che panzane. Quisquilie e pinzellacchere, come diceva Totò. E poi? Forse ci avrebbero fatto su una risata, forse anche lui avrebbe ammesso (perché se lo sentiva, l’intuito in questo caso non mentiva) che aveva esagerato le rose e i fiori della sua carriera radiofonica al fulmicotone. Adesso dormiva, ronficchiava addirittura, una tenerezza. Lei no, lei alternava sensi di colpa, tristezza per Miguel lontano, e una vergogna azzurrognola che le provocava un leggero mal di testa. Aveva mentito, anche solo sui dettagli, ma sono i dettagli che fanno la differenza, scivolando sul piano inclinato della vulnerabilità. Avrebbe voluto sprofondare, schizzar fuori dal seggiolino, atterrare in mezzo al male con un paracadute d’emergenza. Lui si stava svegliando, sbadigliando rumorosamente, e all’improvviso – era già tutto previsto! – le aveva chiesto il numero di telefono, un recapito, non si sa mai. Caroline sorride dentro e fuori, si dice che una soluzione la troverà, per quelle sciocche minime menzogne. Perché quell’uomo è davvero niente male.

Bruno

Müsocc, la Bagìna, Affori, Mombello… nomi come lampi di luce, evocativi di una topografia un po’ magica… posti in cui avrebbe potuto, ombre in cui si sarebbe celato. Brera, no, a quel quartiere lì non ci voleva pensare. Poi la cartina che aveva ereditato dal fratello grande era un po’ tutta a buchi e a solchi, stava insieme con lo sputo, qua e là il nome delle vie risultava illeggibile. Bruno l’amava proprio per quello, perché la distesa verdolina solcata da arterie bianche e gialle era immobile e astratta. Quel coacervo di quadrilateri (di suo, preferiva la parola ircocervo, che aveva trovato su un atlante) ritagliava Milano in spicchi tutti uguali, tutti sognati. Era un territorio tremendamente suo, animalescamente bramato. Anche se non c’era mai stato. Ci era nato, sì, ma chi si ricorda. Conosceva a memoria quartiere per quartiere, i monumenti e gli ospedali, le chiese e i viali, il Castello e gli anfratti. Li immaginava come ad esserci adesso. Bastava il nome ad aprirgli mondi, territori in cui accampare la sua fantasia bislacca. Bruno aveva paura del treno, di viaggiare solo non se ne parlava. Non osava domandare ad Alessandro, né al terribile padre coi baffi troppo scuri, di accompagnarlo un giorno o l’altro in quella distesa di colori chiari, tra quei palazzi di cui pure conosceva il nome. Via Sesia, via Petrella, via Marco D’Agrate: non ci voleva molto a sentirne l’odore, a camminare con la pioggia lombarda sul viso. Lui era così, pieno d’immagini, Bruno. S’impediva solo il nome doloroso di Brera, perché non era scemo, lo sapeva anche lui che c’era la famosa scuola d’arte, in quel quartiere. Lui voleva fare l’artista. Sapeva che… punto e basta. Ma già, troppo tardi, troppo tonto, chi lo sa. Ci aveva solo sperato senza sapere come uscirne. Scappare più volte di casa, per poi vagare tra i campi come un allocco, non aveva semplificato le cose. Mentre Ale studiava a diventare bravo, Bruno ripeteva i piccoli cerchi concentrici intorno a quel nucleo di vento, l’impossibile sogno di partire. L’avrebbe fatta anche lui, una vita come quel poeta che aveva letto in un libro con la copertina rossa: le bianche rocce le mute fonti dei venti, l’immobilità dei firmamenti, e i gonfi rivi che vanno piangenti. L’aveva imparata a memoria. Enti… enti…enti, quelle rime lo commovevano fino alle lacrime, anche se non era sicuro di capire il senso. E quando gli sembrava d’impazzire, sui cardini duri delle giornate tutte uguali, si rifugiava laggiù, tra le vie di Milano della cartina sbrindellata. Chissà se c’era tutto con la testa? Lo guardavano male, a volte, in fondo che importanza aveva. Se di sera, nascosto sotto le assi della terrazza, in un pertugio in cui non lo si poteva scovare, fin da bambino viveva un mondo in technicolor, un orizzonte tutto suo in cui cantavano le sirene. Ale, però, era sempre stato gentile con lui. Un po’ distante, indaffarato ma si sa, lui non era certo un perdigiorno, un buono a nulla come quel fratello di coccio. Pronto a spezzarsi e a rifugiarsi al buio, a scappare al minimo assalto della vita. Così gli anni erano passati, la cartina era sempre più lisa, i sogni sempre più spenti. Anche per via delle medicine. Nemmeno il ricordo di Michel, a forza di ronzargli in testa, gli sembrava più vero. Lo aveva amato, poi era sparito, e con lui l’infanzia e l’innocenza. Quel qualcosa di sguaiato e dolce non tornava più nei sogni ad occhi aperti. Non che fosse rassegnato, la sua semplicità era troppo cristallina per poter accettare l’inevitabile. A poco a poco, la nebbia era salita nella sua vita. Non era più così importante, niente era più così importante. Oggi Bruno vive in un appartamento protetto, lui dice tollerato; ogni terza domenica del mese, Alessandro viene a trovarlo con Caroline: sono gentili, portano cioccolata e lo rassicurano. Ma non sono scemo del tutto, si dice Bruno nei momenti in cui non sogna o non piange, la mia è quella che si dice una vita sprecata.

Erda

Prima di tornare nel soggiorno inondato di luce serale, diede un’occhiata alla fermentazione del lievito madre; aveva fissato un elastico sul barattolo, che le dimostrava inequivocabilmente l’aumento di un terzo della massa, resa serica ormai da una miriade di bollicine. Una rapida mescolata e poi rimise il setaccio al suo posto: domani avrebbe fatto il pane. Il volto dell’uomo le aveva trasmesso una pena profonda, pensò sfregandosi le mani più volte, come presa da un freddo improvviso. Accostò le tende, cercò un disco nella pila in bilico sulla savonarola, e lasciò che la musica la calmasse. Cry Baby, l’urlo rauco di Janis Joplin – non sapeva spiegarselo – aveva la virtù di farla sentire a casa, e quindi di tranquillizzarla. Si sedette all’altro lato del soggiorno, continuò a pensare. Non era certo il primo ragazzo, il primo uomo, che si presentava e chiedeva di Pamela. Per una volta non era un giovanotto con gli occhi di cane pesto, sorrise. Anzi, l’aggettivo “distinto” avrebbe definito bene quest’ultimo esemplare d’innamorato abbandonato, un po’ in carne ma ben vestito, con un involto buffissimo di carta crespa appeso a un dito, probabilmente un regalo. “Sacrée fille!”, sospirò Erda raddrizzando il busto e respirando profondamente. Non voleva scusarla, giustificarla, nemmeno giudicarla. Da anni viveva così, “faccio conquiste” diceva lei. In genere uomini giovani e inesperti, con certi occhi tondi da procione, sempre piuttosto belli, per carità. Poi partiva, sentiva “l’appel du large”, diceva, con la faccia dell’amazzone guerriera che non poteva farne a meno. Erda l’amava, l’aveva amata dal primo giorno, quando si erano messe a chiacchierare in una mostra di Yoko Ono; l’aveva trovata seduta con la grazia delle sue carni opulente in un angolo di un’enorme finestra a triplo vetro. Aveva osato chiederle – lei in genere così timida – se le piaceva l’esposizione. “Ma certo!”, aveva risposto Pamela, “però adesso guardo fuori dalla finestra e mi sembra tutto bellissimo, come un quadro, anche là sotto”. Fuori pioveva, un acquazzone improvviso di quelli che bloccano la città d’aprile. Gente sorpresa senza ombrello risollevava il bavero e correva al riparo; altri indifferenti, quasi compiaciuti di quella sfacciataggine meteorologica, indugiavano sapendo che l’avrebbero pagata coi colpi di tosse nei giorni seguenti. In un gabbiotto sgangherato, il guardiano del parcheggio si era acceso un sigarillo; la luce gialla resa spettrale dall’ambiente tempestoso fuoriusciva frammista agli sbuffi del fumo. “Un quadro meraviglioso, vero?”. Da allora vivevano insieme, in quell’appartamento troppo grande per starci da sola, ma non abbastanza vasto per una coppia con le sue abitudini. Due donne libere: Pamela amava anche gli uomini, questo non intaccava la loro intesa matronale, inscritta nelle pieghe del loro corpo. Era un dato di fatto, un’evidenza che non chiedeva discussioni o spiegazioni. Non pretendeva spiegazioni neppure Erda, quando Pamela le annunciava in tono marziale “parto!”. Anzi apprezzava le bianche lenzuola di solitudine che la compagna le offriva.  Aveva sempre saputo aspettare, lei, fin da bambina, ed era anzi in quelle giornate pensose nella casa deserta che le sembrava di respirare al meglio, di pensare al meglio. I cani non c’erano più, Ariel e Calibano le mancavano a volte, ma aveva dovuto rassegnarsi al nuovo regolamento del condominio che li vietava. Non avevano voluto traslocare in campagna, erano due donne appassionate di musica sinfonica e danza contemporanea, due cittadine un po’ imborghesite e abitudinarie. Con una serenità malinconica in cui le piaceva crogiolarsi, Erda si rallegrò dei giorni e delle settimane che le si aprivano davanti. Pigiò le mani sulle ginocchia per aiutare il corpo ad alzarsi. Silenziosamente, aprì la ribaltina in mogano del suo scrittoio preferito e si disse ch’era venuto il momento di tornare al suo romanzo, che prima o poi lo avrebbe finito. Ci avrebbe messo anche quell’uomo leggermente obeso con gli occhi dolci? Certo, sì, anche solo per un momento. Un personaggio secondario che passava di lì.

Valentino

È da un po’ che lo osserva sottecchi. Crede che non si sia accorto?  Probabilmente è un vecchio frocio che approfitta del tempo clemente per guardarsi i ragazzini come lui. “Non sei più un ragazzino”, questo lo dice sua madre con un tono che gli mette addosso un’ansia! Ha ragione, fra un mese compie vent’anni e la definizione esatta della sua condizione umana è “giovane adulto”. Ma già, per essere adulto ci vuole un mestiere, o almeno il sogno di un mestiere. Lui non è nemmeno studente, non sa decidersi. Sua madre scalpita, ma lui ha proprio deciso di prendersela comoda. Adora farla arrabbiare, è fatto così, fin da bambinetto un vero bastian-contrario. Sono cresciuti come due piante avvinghiate, forse un po’ troppo dipendenti l’uno dall’altra… è così che va, dice Rosemarie, à la guerre comme à la guerrequando tuo padre, quello stronzo, ci ha piantato in asso… e giù il suo lamento sempiterno sulle donne abbandonate. È adorabile, sempre pronta a farsi in quattro per lui, per questo Valentino si sente soffocare. Anche se non ha niente da fare, passa giornate intere steso sul prato del parco. A volte ha la sgradevole impressione di scivolare… come fa quella canzone? Slip Slidin’ Away… è una buona giornata se non piove, è una buona giornata se me ne resto a letto, dice. Però Valentino si alza presto, vuole farle vedere che non spreca tempo. Lei ripete che deve mettere la testa a posto, che alla sua età lei stava già… insomma, vanvere di questo tipo, di quelle che ripetono tutte le mamme del mondo, ripetono e struppiano, ma non possono farne a meno. Lui allora esce, per darle l’impressione di fare qualcosa. Certo però quell’uomo non smette di guardarlo, adesso legge un libro, non è mica fesso, lui, quello finge clamorosamente, si capisce a un miglio. Se lo fissasse a sua volta, si dice, abbiamo due ipotesi: o viene ad abbordarlo chiedendogli una sigaretta come nei peggiori film sudici; oppure si vergogna e se la dà a gambe. Ora Valentino prende il telefono, si mette a parlare, magari l’altro si dissuade e lo lascia tranquillo…. In realtà lo fa spesso, funziona benissimo. Anzi, se deve essere onesto, lo fa anche troppo. Si sente solo e allora si telefona, appoggia il cellulare contro l’orecchio – tanto non si vede che è spento – chiacchiera con se stesso. In modo molto credibile, almeno così spera. Lunghe pause, cenni del capo, qualche raschiata di gola. A volte non dice niente, si limita ad ascoltare, a rilanciare il suo interlocutore fantasma. Spesso si sdoppia, come se all’altro capo del filo ci fosse un altro Valentino, un Valentino che ha bisogno di consigli e consolazione. Ha bisogno anche lui di consolazione, come tutti. Quella parola gli piace: il fratello della mamma gli ha offerto un libro che s’intitola proprio Il nostro bisogno di consolazione. Poche pagine, non le ha mai lette. E siccome nessuno gli telefona, allora fa tutto da sé, una sorta di masturbazione linguistica. Ha cominciato con le cabine telefoniche: infilava una carta scaduta nella fessuretta, componeva a casaccio un numero facendo attenzione a pigiare su “annulla” per evitare di trovarsi al telefono con uno sconosciuto (non si fa!). E giù a chiacchierare, anzi a discutere, spesso intavolando grandi dibattiti “filosofici”, contraddicendo il suo interlocutore, immaginando sottovoce la risposta tra un silenzio e l’altro. Poi però hanno cominciato a toglierle, le cabine, e ha dovuto rassegnarsi a usare quell’aggeggio rompicazzo; fosse per lui non l’avrebbe nemmeno nella borsa, ma sua madre ci tiene, dice in caso di bisogno so dove sei… fosse mai che scappi (dove vuole che vada!). Ora il grassone ha smesso di guardarlo, sembra si sia appisolato, non gl’importa nulla di lui, peccato. Magari gli farebbe piacere scambiare due chiacchiere con uno sconosciuto, non sarà mica poi un porco, solo perché è sovrappeso e steso da solo in quel parco con le mani in mano. Anche lui è steso lì, fa finta di leggere, fa finta di telefonare, e non ha nient’altro da fare. Prima regola, dice la mamma, è non giudicare gli altri, se non vuoi che giudichino te. Sarà meglio rientrare, c’è il sole ma con l’umidità mica si scherza, soprattutto di marzo.

Michel

Qui  abbiamo passato una notte di tremendi temporali, e il mattino è ventoso. Si ricorda ancora quella frase, anzi solo quella frase di quell’unica lettera, perché la memoria è come una nebbia fragile che va e viene, è come un banco di pesci che lo attraversa. La tenerezza sale su dal passato – un luogo fisico, una specie di scoglio in alto mare – e gli fa bene e gli fa male. Bruno. Certo non può sapere che lui è morto ormai da anni, come avrebbe potuto? Nemmeno Alessandro lo sa. Alex, tutti lo chiamavano così, Michel invece diceva Sandro ed era il loro modo di sugellare un’amicizia per la vita, di quelle che solo gli adolescenti. Bambo, lo chiamava ridendo, poi gli passava una sigaretta e andavano a far finta di pescare nello stagno dietro la scuola. Che poi uno stagno non era, ma una vasca di cemento abbandonata, una roba da film, una giungla a due passi da casa. Né Bruno né Sandro possono saperlo, che lui è annegato, da tanto tempo, nel mar Ionio, non si sa bene se per sua volontà o per colpa del fato. Fatum, una bella parola, di quelle che gli calzano a pennello, Michel è sempre stato un inguaribile romantico, innamorato di tutto, magari anche della vita. Però è morto annegato. C’era voluta tutta la forza di convinzione di un olandese volante per riuscire a manifestarsi in quell’alba di aprile, sulla spianata del Mont-Royal, e mettere una mano tiepida sulle spalle dell’amico di allora. Dirgli le quattro verità o almeno un barlume di quel che era stato e che Alex non aveva capito. I morti sono fatti così, galleggiano per anni, magari per secoli (a volte no, dispaiono, come la schiuma della risacca); non c’è regola né senso al loro ritorno. Michel lo sa che deve tornare, non l’immagine completa dell’uomo ch’è stato, ma un brandello di voce, uno strappo del tempo che ha lasciato troppe tracce tristi per finire così, nel trapestio delle esistenze sprecate. Non c’è mistero, non c’è spiegazione. Mentre navigava inconsistente nel buio luminoso, a un certo punto ha sentito come una voce che lo chiamava, quasi una canzone. Forse siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti… Era quella la canzone? Forse sì, ma erano parole false, Michel non ha più una coscienza lucida delle cose, da quando è diventato liquido, ma di certo sa distinguere i vivi dai morti. Loro sono vivi, pieni di rimpianti, di vergogne mai sopite; lui andato, morto, finito. Finito no, anzi in continuo galleggiamento, una sensazione deliziosa a cui si è strappato solo per senso del dovere, seguendo il profumo della canzone, dei ricordi pressanti di Alex, ti ricordi, Michel dei nostri pantaloni corti…. Si sente anche un poco ridicolo, nelle vesti dell’anima errante nell’etere, per questo non gli dice l’esatta verità, quando lo ritrova – era così che doveva andare, decideva lui o decideva chi? – sulla spianata, sotto la casa colonica tutta luci. Una scena architettata con cura, non c’è che dire, da un romanziere con velleità di realismo magico. O forse sono state le parole a richiamarlo, un fiume rosso di parole in piena, in mezzo a cui spuntava questa faccia sfatta, davvero terribile, del suo amico d’infanzia. Ed eccomi, ha risposto qualcosa di molto profondo, d’incancellabile dentro di lui. Lui, Michel, che ormai non è più che pulviscolo, ora dice sono qua, sono pronto, ora ti dico ora ti spiego, amico mio, caro Sandro. È come scrivere una lettera con l’inchiostro simpatico, col succo di limone: avvicini la candela e il mistero trasparente diventa un breve fuoco di parole. S’inventa allora tutta una storia di balene e di delfini, perché non vuole deludere Alessandro, dicendogli che è morto tanto tempo fa. Vuole dargli vita, speranza, e che speranza vuoi che ci sia nell’annunciare la propria morte postuma. No, gli racconta avventure e animali, gli fa sentire la passione della solitudine, che davvero lo ha spinto molto lontano. Tra gli atolli del Peloponneso, sempre accompagnato dalla macchina fotografica. Strano però, tornare per così poco, quasi niente da raccontare, nessuna rivelazione: non è un romanzo d’avventure. Basterà dirgli adesso bastasmettila di torturarti o qualcosa di simile, lascia il filo di quel passato che non vuole passare. Poi un giochetto di quelli che sanno fare così bene i morti, una magia fantasmagorica perché la scena diventi veramente importante: trasformare il paesaggio in mare, il mare in pace e la pace in… in che cosa? In possibile futuro, ecco, qualcosa del genere. Non che Michel abbia grandi poteri taumaturgici, ma se è stato richiamato dall’etere, non deve chiedersi in che modo il suo ritorno agirà sull’anima di Alessandro. Anima, che bella parola, da rigirarsi in bocca come una caramella al miele. La scena è stata breve, prima di scivolare nuotando nel mare dei sensi, Michel si chiede se è servito a qualcosa. Non lo saprà mai, anche perché – lo capisce con esattezza, proprio mentre dondola via – è lui che deve abbandonare il gioco, dimenticare. Perché sono i morti che ricordano troppo, dolorosamente, non i vivi… e due bambini che vivevano in un sogno che non si ripeterà…

Patrizia

Adesso sì, si sente colpevole, dopo aver visto l’annuncio in piena pagina. Anche un po’ di vergogna, dove diavolo sono andati a trovarle tutte quelle foto? Alcune belline, non c’è che dire, una fighetta mica male, chissà se si rendono conto, un incitamento per tutti i pedofili in agguato… Però adesso non si torna indietro, non si può, non sa nemmeno come fare. Che s’immaginino pure che l’hanno portata via gli zingari, che è finita in un giro di prostituzione internazionale, di lusso o d’infima classe. Non torna, no che non torna. Vallo a dire a loro, così carini, sempre così attenti a tutto, vallo a dire a loro che si soffoca, nel quartiere, nella città, nei due appartamenti attigui, ché non sono nemmeno stati capaci di separarsi davvero, di prendersi a ceffoni e far saltare in aria la bella famiglia liscia, pulita, per bene, borghese, da brivido. Avrebbero potuto chiederlo a lei cosa ne pensava? No, invece, ci mancherebbe, loro erano adulti così equilibrati, così coscienziosi e zen, mica volevano farle del male. I re del tatto. Nei giorni di buona questo poteva anche ammetterlo: mamma e papà volevano solo il bene suo. Ma non era più una bambina, non se n’erano nemmeno accorti! Non la controllavano, le chiedevano informazioni distratte con la discrezione dei genitori riguardosi, né severi né troppo molli di briglia. Volevano talmente il suo bene che non se n’erano nemmeno accorti, delle sue passioni segrete. Deviazioni dal baricentro di rispettabilità in cui era cresciuta. Passione per l’alcool, per il metal, per i ragazzi che consumava come sigarette, a volte addirittura senza preservativo. Non le facevano la morale, non le impedivano di uscire, i loro ordini e le loro regole erano blandi e giudiziosi, figurarsi. Non vedevano, non volevano vedere, più preoccupati di offrirle un’adolescenza senza scossoni, mentre dentro, loro, probabilmente, subivano terremoti misteriosi e desueti, mica ci si separa così dopo lustri, con il sorriso sulle labbra. I suoi sedici anni anelavano a un sano elettroshock. Burrosi, erano burrosi i suoi anemici biologici genitori: non all’antica, per carità, anzi moderni, aggiornati, tutti e due con alle spalle la psicoterapia dei quarantenni, per trasformare la crisi in fiore di loto (la mamma si era addirittura iscritta a un corso di yoga, lei così ingessata, la vedeva male stirare le membra in complicate posture). Che lei scalpitasse non lo avevano visto, erano tutt’occhi per la pupilla dei loro occhi, ma col paraocchi della gente per bene. Quasi da ridere. Patrizia, lei, avrebbe preferito vivere in una città satellite, avere genitori alcolizzati per potersi ribellare alla grande, frequentare gentaglia, magari droga. Allora quando Marcus era arrivato, le era sembrata l’occasione da non perdere, un vero bad boy, con un gruppo punksguaiato e drogatello: semplici canne, per carità, ma a lei sembrava un trip psichedelico da non lasciar scappare. Poi via, on the road, con quel gruppo di pazzi, a ridere e a bere, senza pensare al domani. Soprattutto senza pensare a loro che lasciava alle spalle, che diamine!, aveva sedici anni, non poteva continuare a recitare il teatrino della brava figlia di papà, con la coda di cavallo e la frangetta davanti! Via la frangia, capelli decolorati, poi tinti di blu elettrico, tre piercing d’un colpo e il tatuaggio di un calamaro gigante che scendeva dalla spalla fino alla coscia. Quello se l’era fatto già prima, di nascosto, loro non lo avrebbero certamente apprezzato. Era ancora inverno, lo celava sotto il pullover largo turchese, nessuno se n’era accorto. Troppo intenti a volerle bene, non erano mai stati intrusivi, la loro discrezione proverbiale, così premurosa, l’aveva protetta da occhi indiscreti. Poi la band era partita verso Nord, con lei al seguito, non aveva nemmeno preso un borsone e un po’ di maglie, si era detta ch’era meglio sparire così, dando l’impressione – ci rideva, trovando l’idea ganzissima – di essere stata rapita o, chissà, caduta in un’imboscata. Quella fila di foto sul giornale glielo conferma, hanno creduto all’ipotesi più semplice, non certo al fatto – di per sé ovvio – ch’era scappata di casa. Di sua spontanea volontà. E con grande gioia, ma loro non avrebbero potuto nemmeno immaginarlo. Una lama d’angoscia le traversa adesso l’immaginazione, molto fervida in quei giorni per via del vino e delle canne. S’immagina smascherata, qualcuno potrebbe riconoscerla per strada. Denunciarla. Ma no, senza frangia, con quei jeans stracciati, ormai c’è un abisso tra la ragazzina acqua e sapone dell’altroieri – quella delle foto – e quest’anoressica schizzata, con un khol pesante che le dà dieci anni di più. Tra il tempo delle mele e la sua vita sexy. Per modo di dire. In realtà è già un po’ stufa di quel girovagare, del vomito nei gabinetti sozzi, delle scopate non sa più bene con chi. E se resta incinta? A sedici anni, un bel guaio anche per una sguaiata come lei, di sicuro se resta in cinta Marcus la scarica. Ormai è fatta, la sua vita è finalmente diventata lo strappo che sperava. Elettrica e veloce. È diventata quel che sognava: una svergognata, scappata, liberata. Pensare al domani? Ma no, per ora si vive così, poi staremo a vedere, poco ma sicuro che non serve a niente avere rimpianti, tanto indietro non si torna. Marcus chiama, vuole che l’aiuti a montare la tenda canadese per la notte, ma non potevano scegliere un posto meno squallido? “Arrivo, arrivo”… a volte anche questa nuova vita le sembra insopportabile come la precedente. Soprattutto di sera.

Antonello

Si sentiva pittoresco, col cappellino con la visiera sulla nuca, i capelli rasi di fresco per nascondere il grigio incipiente, la faccia abbronzata da primo dello classe, di quello sempre in vacanza anticipata. Non poteva negare che sperava davvero che la iena gli proponesse un po’ di lavoro, perché il mese da finire era gramo, una corsa ad ostacoli. Era pronto a trovarlo sommariamente simpatico, nonostante il ghigno falso-complice che gli fendeva il viso; era disposto a trovare umanissimo anche Alessandro, che aveva incrociato a testa bassa (decisamente doveva andar maluccio per lui), quasi non l’aveva salutato. Era un’abitudine, si era abituato a sapere di essere disprezzato, e che gli importa. Purché adesso la iena gli proponga almeno un paio di settimane, o un mese, sì, un mese di lavoro filato, da poter respirare, da poter far fronte ai debiti. Ogni debito scacciato è già una minima vittoria, non una speranza, un piccolo passo avanti verso la normalità. Che se l’era scordata, la normalità! Sua moglie gli faceva la guerra, finché non pagava non era questione di rivedere Valentina e Arabella, il loro riso sonoro e un po’ scemetto da adolescenti che lo fa impazzire. Non le vedeva da mesi… con un po’ di fortuna, pagate le bollette, avrebbe potuto iniziare a pagare anche lei, per vedere loro, non per poter vedere lei, o chissà. In fondo, sarebbe tornato volentieri, l’avrebbe ritrovata volentieri, volitiva e gioiosa come l’aveva conosciuta. Non inasprita (per colpa sua, per carità!), non la nemica che bisogna combattere ad armi basse per non dar l’impressione di chiedere qualcosa. Cosa poteva più chiedere lui? Non poteva nemmeno osare confessarle che i debiti li aveva ereditati da Vincenzo, che in fin dei conti era stato un bel gesto, non rifiutare l’eredità avvelenata. Non certo per la baracca da pesca, senz’acqua né luce, che gli aveva lasciato, no. Romantico era, e quando a volte (poco) gli capitava ancora di andarci, alla bicocca, si ricordava i bei tempi un po’ folli del loro amore, la pelle di Vincenzo, i suoi capelli ispidi, duri, gli occhi giganteschi e neri. Non era certo per quelle due assi in legno e quel giaciglio di sogni infranti che aveva accettato l’eredità e i suoi debiti. Si era fatto un punto d’onore di onorare tutti i creditori, di giocare la parte del vedovo affezionato. Questo lei non poteva capirlo (non c’era bisogno che glielo spiegasse). Vincenzo è una ferita, come il colpo di pistola in mezzo al cuore che lo ha portato via, degno dei migliori romanzi ottocenteschi. Niente vergogna, solo un atroce gesto sommario, per farla finita con quelle menzogne e quei sotterfugi. Lui lo sapeva che continuava a bere, che continuava a giocare, e che perdeva. Non osava dirgli che non gliene importava un accidente, che se l’amore è cieco, com’era stato cieco per loro, non si poteva certo frenarlo con gli scrupoli della gente per bene. Cieco ma non privo di odorato, perché anche adesso (ed erano passati due anni) l’odore di Vincenzo continua ad abitare le sue notti. Non si era abituato alla solitudine, non aveva cercato altri uomini, come in passato, quando erano scappatelle e duravano due notti. Era rimasto stupefatto, immobile. Fino a quando la realtà non era tornata ad acciuffarlo: i debiti da pagare, l’ex-moglie da calmare, le ragazze da riconquistare. La iena gli sta parlando, deve concentrarsi, mica facile con quel turbinio di roba nella testa. Il loro incontro, sul lungolago di Montreux, la loro prima sera, la loro prima notte, e la decisione folle di piantare in asso la vita di prima per quell’amore senza domani. Scherzi degli ormoni, scherzi della pelle, un ultimo soprassalto di voglia e di fuga che aveva mandato in pezzi il suo matrimonio per il resto così riuscito. Continuava ad amarla, la moglie, non aveva mai smesso. Vincenzo era stato una parentesi di fuoco, a due passi dalla fine della giovinezza. L’aveva pagata carissima, non si era posto il problema delle conseguenze e l’aveva pagata. Conto salato che forse un giorno si poteva estinguere, come i debiti, come quella vitaccia in un monolocale in cui, anche a volerlo, non avrebbe potuto ospitare le ragazze per il fine settimane, nessun giudice lo avrebbe consentito. Poteva risalire la china, riassestare i cocci e magari con un po’ di fortuna. Se l’era sempre cavata, perché non questa volta? La iena gli sta proponendo un mese intero di trasmissioni notturne, magari due, pagati benissimo, sono ore col supplemento. Non riesce ad ascoltarlo perché forse è la volta buona che ne esce, che torna a rimettere la vita sulle rotaie in cui sembrava così bene istradata, prima che l’amore per Vincenzo spazzasse via tutto, come la marea guasta di un mare sporco d’alghe. Poi, sì, quella trasmissione gli piace, facile, notturna e tranquilla, basta andare al microfono, annunciare i dischi, prendere le telefonate. Si sente valorizzato dal suo ruolo di notturno Caronte, di psicologo per palati non troppo delicati. Risponde che sì, è disponibile, che non pone condizioni (nessuno glielo ha chiesto). Mentre le iena continua a parlare, mentre sciorina consigli e ringraziamenti, lui si mette a sognare alla moglie che chiama in piena notte, che chiama la trasmissione, che racconta la loro storia come se fosse la storia di qualcun altro, per ripararla e capirla, per rimettere a zero il contapassi. Sogna che la moglie osi fare quel passo che lui non può fare, seppellire l’ascia di guerra. Una voce nella notte che gli dica che puoi tornare, so che hai sbagliato ma non conta, davvero da domani ricominciamo. Io, te, Valentina e Arabella. I nomi li aveva scelti lei, lui li trovava ridicoli. Adesso le adora ed è pronto ad adorare di nuovo anche la moglie, giura che no, di ragazzi non ne vuole più, è un vizio antico (lei però sapeva, l’aveva avvertita prima del matrimonio), sì, sarà un bravo padre di famiglia con i capelli corti e il sorriso Durban. Se lei chiamasse. Quando comincio? Stasera, va benissimo. La iena gli sta tendendo la mano, segno inequivocabile che il loro incontro volge al termine.

La iena

Vaghe stelle dell’orsa : non la poesia di Leopardi, un ricordo scolastico – una frase, di fatto solo una frase, un verso… – ma un film in bianco e nero, decadente, scuro d’inchiostro, in una città turrita. Ricordo netto di destini strappati, di due fratelli – lei era Claudia Cardinale, di questo era sicuro –, una truce storia d’incesto. Più in là non può andare, non saprebbe raccontare la trama, dipanare una vicenda, gli basta quella sensazione di intimità e di dolore, turbamento. E anche l’invidia di quell’amore morboso, assoluto, fino alle soglie della perdizione. Poi quasi per contrasto, con lo stesso gusto per le atmosfere romanticamente brutali, si vede vagare solo, sempre solo, in un’infanzia senza consolazioni, il grande appartamento dai troppi tappeti diventa il castello del conte Monaldo, percorso a lume di candela. E suo padre? Rinchiuso come al solito nello studiolo, protetto dalla biblioteca in noce come dalle costole di una balena. Lo lasciava entrare un’ora, dalle sette alle otto, sempre solo di sabato sera; poteva sedere sulla poltrona del fondo, gli dava un libro da sfogliare, qualche volta ascoltavano il Preludio di Franck. Un’ora sola, e per il resto non lo si poteva disturbare. In quell’ora lo guardava come un gigante bruno e inconoscibile, assorto dietro la scrivania massiccia, nelle quattro nuvolette del sigaro. Era un grande onore per lui, a quanto pare, potergli stare vicino quell’ora, questo è quel che si ricorda di sé bambino. Per il resto lo studio era un antro impenetrabile, divieto assoluto, silenzio perenne.  Quanto avrebbe voluto avere una sorella, o un’amante, o anche solo un compagno per trasformare il grande appartamento silenzioso in campo da giochi, per vivere avventure da ragazzo e non quella strana dolorante attesa di qualcosa che non sarebbe mai arrivato, una liberazione, anche solo un fremito. Nemmeno in primavera, nemmeno d’estate, le finestre venivano veramente aperte, la luce poteva entrare a fiotti. O forse è solo nel suo ricordo incazzato che l’immobilità smangia i bordi della sua vita da bambino, è un suo modo di rappresentarsi la vorace severità del padre, l’assenza della madre, la sua boria. Perché ricordarselo adesso, dopo tanti anni? È da qualche giorno che i ricordi oscuri tornano a visitarlo, una premonizione. Il parcheggio della radio è immerso nell’oscurità, brillano soltanto le fiaccole bianche dei fanali, non ci sono altre macchine e lui è lì, fedele al dovere di essere il primo, sempre in anticipo, sempre pronto. Marisa al desk è già intenta a tappottare sulla tastiera del computer, lei si fa portare dal marito in macchina, perché arriva prima del primo bus e non vuole spendere in taxi. Sale al terzo piano, gli scalini come macigni, evita per principio l’ascensore, visto ch’è l’unico sforzo fisico della giornata, non vuole rammollirsi. Sul tavolo stanno pronti i dossier da studiare, prima delle riunioni del mattino, prima degli appuntamenti allineati ora dopo ora, cronometrati, consegnati alla grande agenda murale che la sua segretaria verifica solerte ogni sera, di modo che il giorno seguente sia perfettamente scandito, e a lui non resta che lasciarsi andare. Una routine che fino a pochi anni fa lo faceva sentire al sicuro. Allora perché, con l’arrivo dell’inverno, quelle giornate così serie e ben calibrate gli sembrano un supplizio, la tentazione sempre più forte di non ottemperare, di mandare tutto all’aria, di mandarli al diavolo? Ha l’impressione d’infognarsi in una vita cauta, terribile, la vita di un dirigente che sa farsi rispettare, anche odiare se occorre. Senza sbavature, dritto allo scopo, succube dell’Ufficio del Personale che da mesi detta legge, per garantire che i tagli previsti entro dicembre si svolgano nel migliore nei modi, cioè al di fuori di ogni umana discussione, come una macchina che si nutre delle facce anonime dei suoi impiegati. Un tempo non era così: non che fosse amato, era temuto allora come adesso, ma dal suo punto di vista c’era ancora spazio per i rapporti umani. Lui era un quadro, loro obbedivano, e non aveva l’impressione di quell’ingranaggio cieco, non aveva l’impressione che loro fossero cifre e lui un ordigno preposto allo sfoltimento, alla razionalizzazione. Diagrammi, complicati calcoli del Marketing e delle Risorse Umane, le riunioni della mattina oramai erano una tragica logorrea matematica. Quando l’aveva promosso, si sentiva ancora il capo struttura – pur sempre piramidale – preposto al corretto funzionamento dei programmi, era il superiore rispettato di un drappello di giornalisti valorizzati per il loro operato, per la loro bravura, dai ranghi dei quali veniva anche lui. Una sorta di destino comune, facevano parte anche loro, come lui, di un’impresa “culturale” – ormai da tempo quella parola la pensava con le virgolette mentali. Ora invece, ora le sedute si susseguivano uguali, con le loro teorie di cifre, gli si chiedevano risultati in rima baciata, razionalizzazione, pensionamenti anticipati, finalizzazione dei prodotti. Parole da manager, parole astratte con cui si allontanava a poco a poco dai suoi stessi ideali. Dà un’occhiata al programma della giornata, non fa eccezione, tre riunioni, due convocazioni, una conferenza telefonica con la direzione generale: lontanissima, come in un film di fantascienza, su un’altra galassia. Si abbandona sul cuoio scricchiolante dello schienale, pensa di nuovo a suo padre, il ricordo è appiccicato in un angolo della stanchezza mattutina. I vetri diventano trasparenti, fuori arriva l’alba, e i ricordi lo invadono di nuovo. Ormai sono gli ultimi giorni. Lo sa benissimo che dietro alle sue spalle lo chiamano la iena, glielo ha confessato tra mille reticenze la segretaria, ch’è rimasta l’unica interfaccia umana, quasi amichevole, in quel covo di sospetti e di paure. Non che sperasse di essere amato, quando lo avevano promosso dopo una lunga lotta di potere, non riusciva a capacitarsene. Di come fosse stata rapida la sua ascesa, o meglio ancora la sua discesa negli inferi delle razionalizzazioni. Si erano dimenticati ch’era un giornalista come loro? Ch’era stato in prima linea, ch’era partito sul fronte di guerra – sì però era giovane, idealista, credeva ancora alla sua vocazione, era entrato in radio proprio per quello, in cerca di una vocazione –, si erano dimenticati che insieme avevano estorto alla direzione generale la possibilità di continuare a lavorare sul lungo termine, di realizzare gli ultimi reportage di lungo corso? Sì, si erano dimenticati. Era stato il primo, lui, a dimenticarsene, a lasciarsi cullare dall’idea stolta che un ruolo di potere, che un posto così in alto nella gerarchia, sarebbe stato un bene per tutti, lui per primo. Si era fatto ingannare, sciupare, stritolare. Nessuno può farci niente, si ripeteva nei giorni meno neri. Di fatto quei giorni erano sempre più rari. Il disprezzo di suo padre, come un rigurgito acidulo. Lo giudicava un buono a nulla, perché non aveva voluto studiare materie umanistiche. Il grande filosofo, l’esperto incontestato di Heidegger non poteva tollerare di avere un figlio interessato ai destini del mondo, alla politica e al giornalismo. Aveva ragione, aveva torto? Era morto da tanti anni, chissà poi perché ritornava nei sogni per fargli pesare il suo fallimento umano. Avevano un gatto bianco, completamente bianco con una macchia grigia tra gli occhi, aveva grandi occhi misteriosi e un carattere dolce e divertente, lo veniva a svegliare ogni mattina mordendogli il naso, leccandogli le orecchie. Per molti anni, in quella solitudine atroce, era stato il suo solo amico. Poi però era scappato, davvero scappato, dal lugubre stillicidio di ore nere, era diventato uno studente pieno di nerbo, impegnato in gruppi di parola, in iniziative di ogni genere. Ed era allora che aveva incontrato Antonella. Anche lei, come lui, è diventata saggia, come si usa dire, una perfetta maîtresse de maison. Non fanno più l’amore da anni, lei è troppo elegante adesso per scoprirla nuda in bagno e portarsela in stanza tenendola per mano, come ai primi tempi. Ora passa lunghe sere nello suo studio, un po’ come papà, fingendo di lavorare mentre si sta instupidendo a forza di cognac. Passa ore ad osservare la superficie del bicchiere, un cristallo affascinante che il calore dell’alcol rende elastico, una massa trasparente, una sfera in cui richiudersi. Le sue sere sono quel bicchiere, non saprebbe dirlo altrimenti. Quando torna in stanza lei ormai ha spento la luce, ha posato il romanzo sul comodino, con un segnalibro di raso conficcato tra le pagine, e fa finta di dormire o forse dorme davvero. Vorrebbe svegliarla e dirle: ti ricordi, eravamo così diversi? Ma non lo fa. Non osa. La segretaria è arrivata, sta preparando gli incarti per la prima delle molte inutili e gravissime riunioni. Sbuca con la testa dalla porta e gli chiede se vuole un caffè, non dice di no, risponde con un cenno e lei capisce, gli porterà il caffè. Dice: “abbiamo un problema con Alessandro, mi sono permessa di fissargli appuntamento prima di mezzogiorno, penso che ne avrai per una mezz’ora”. Gli spiega che sarebbe opportuno lasciarlo a casa per qualche giorno, forse una settimana, “per pietà umana” dice, e la iena si sta chiedendo se è ancora capace di pietà o empatia. Poi ha convocato Antonello, non ha ancora risposto. “Mandiamo a casa per qualche settimana Alessandro, mi sembra una buona soluzione. Sempre che Antonello sia disponibile a rimpiazzarlo”. Lei fa di sì con il capo, lo lascia al suo caffè e a un mazzetto di contratti da firmare in cui ha incollato sagacemente minuscoli post-it gialli. Una segretaria d’oro, vorrebbe ringraziarla ma non lo fa. Si è abituato a considerare anche lei una cosa, non per disprezzo o incapacità di capire che è una donna splendida, onesta e piena di buona volontà, ma semplicemente perché ha ceduto: fanno parte di un mondo di macchine, lei esegue come esegue lui, mossi da mani e da anonimi poteri che stanno più in alto, che fan girare il mondo, come dèi sofisticati. Tanto poi a cosa serve ribellarsi? Hanno fabbricato insieme, lui per primo, la corda con cui si stanno impiccando. C’era tempo per reagire, prima, ma non l’hanno fatto. Potevano tirar fuori le unghie, battersi e chiedere spiegazioni, ragioni, ma non l’hanno fatto. Ora ormai. Sapeva inequivocabilmente di non essere più che l’esecutore testamentario di un’azienda in preda alle Risorse Umane. Non era più la sua radio, il suo mondo, il suo sogno di studente, per cui si era ribellato al quel padre chiuso nella torre d’avorio di una cultura astratta e tremenda. Non c’era più niente di quello per cui aveva lottato. Spezzare quel niente con un gesto plateale, questo sì, ci pensa da giorni. Ha ancora la mente fervida di chi sa usare le parole, di chi osserva e immagina: si dice che un suicidio in quell’ufficio asettico del terzo piano sarebbe una soluzione ideale. Si farebbe trovare impiccato, un po’ gli spiace per la segretaria, ch’è una brava persona e lo troverebbe penzolante in mezzo alla stanza. Prima vedrebbe i piedi, distrattamente, non saprebbe capacitarsene, le ci vorrebbero vari minuti per capire che la tragedia è avvenuta proprio lì, che adesso occorre chiamare aiuto, un ambulanza, la polizia, chissà chi d’altro. E sotto i suoi piedi, sulla gigantesca scrivania bianca, tutta a seni e a golfi, un semplice foglio di carta, in cui spiega le ragioni, dice che non ha ceduto a un impulso doloroso, che non è un atto personale, ma una rivolta definitiva, un gesto poetico e politico. Un po’ come i gesti di Flüsser, nel libro color pervinca che Antonella gli ha offerto anni prima. Quest’idea del suicidio politico, dell’ultimo soprassalto di onestà intellettuale, che lo trasformi in maniera postuma in un eroe incompreso, se la coltiva da giorni, da settimane. Sa che può farlo: tutti diranno che si è suicidato come suo padre, con la stessa carica di disperazione intellettuale. Diranno ch’era destino, o nonostante le parole che ha lasciato sul tavolo bianchissimo e tremende, “un gesto inspiegabile”. Diranno. Soprattutto in alta sede, soprattutto i giornali. Ma loro capiranno, loro che continua a chiamare colleghi, mentre ormai si è alienato definitivamente la loro amicizia, da quando è un capo, un capo temutissimo. Per settimane, per mesi, quell’idea è stata un cruccio nebuloso, un progetto tra i tanti di cui non si sentiva capace. Negli ultimi giorni si è accorto che da idea, da tormento, è diventata un progetto, uno scopo della sua vita, probabilmente l’ultimo. Peccato per Antonella, ma avrebbe potuto interessarsi prima, anziché passare la sua vita tra boutique e amiche imborghesite e flessuose come lei. Peccato perché è l’unica persona – nonostante l’abissale silenzio in cui sono sprofondati – che sente ancora umana attorno a sé. No, non esattamente, sente che con lei esiste ancora un legame, non è una sua impiegata, non è una sua superiore, non è una rotella implacabile di quell’ingranaggio di potere cieco di cui fa parte. I loro sguardi, le loro confidenze rare ma pur sempre esistenti, sono le vestigia di un mondo ancora umano, di un universo in cui lui e lei si sono amati, hanno condiviso parole vere, passioni comuni. La goccia che ha fatto traboccare la sua disperazione era stata – assurdamente – quella trasmissione alla tv, una sera di novembre. Non la guarda mai, si accontenta di accarezzare il bicchiere vuoto per ore, svuotandosi di pensieri e dolori, chiuso nel suo studio. L’aveva accesa senza pensarci ed era cascato su un reportage assurdo: un collega di quelli bravi, forse spinto da un altro capo come lui, un po’ cinico e un po’ disilluso, si era interessato alle grandi cliniche di chirurgia estetica affacciate sul lago. Siti splendidi, ori da grand’hotel, riconvertiti per un pubblico di deliranti nuovi ricchi, in gran parte russi, che in tutta discrezione passano un paio di settimane in mezzo a quel lusso, protetti da sguardi indiscreti si rifanno labbra, seni, impianti capillari e liposuzioni. Vecchi abbronzatissimi incartapecoriti, carampane ossigenate coperte di veli d’organza spiegavano con pacato orgoglio che la clinica in riva al lago era l’arra di un’eterna giovinezza, pagata a suon di petrodollari senza vergogna. Bolsi e sicuri che così va il mondo. Non si sentiva di giudicarli – non era mai stato un uomo che giudica – ma li trovava ripugnanti. Tanto più ripugnanti, che alla fine del reportage erano arrivate le notizie. E le immagini tremende. Quelle di un campo profughi, i furgoncini della Croce Rossa, i volti macilenti di uomini, donne, bambini, abbandonati nel limbo di un mondo impazzito. Rabbioso come un cane, sputando in un microfono teso, un giovane dagli occhi blu vomitava la sua rabbia, senza dolore né speranza: “we are human, we’re not beast”. Piano sequenza sulla terra brulla e le baracche, riparate di stracci e coperte in mancanza di meglio.  Si era messo a piangere, irrefrenabilmente. Mai come in questi giorni di profonda depressione, si era accorto di non sapere più conciliare un’interiorità pulsante e l’orrore del pianeta. Quel che c’era fuori – nei campi profughi e nel suo ufficio bianchissimo – gli era ormai incomprensibile, si sentiva lacerato, obnubilato dall’impossibilità di fare qualcosa. La sua carriera era totalmente scollegata dall’esistenza di tutta quella gente, che probabilmente come lui provava dolore – e qualche volta gioie. La parola assurdità si stagliava grondante sangue nel suo orizzonte mentale: sognava suo padre, severo e lontano, sognava il gatto con la macchia nera tra gli occhi, una notte aveva addirittura sognato Martin Heidegger. Era un vecchio curvo, attaccato al braccio di Hannah Arendt – o almeno gli era sembrata lei, anzi sapeva ch’era lei. Il loro silenzio era un fischio acuto che non ammette parole. Da quel momento in poi, il progetto di suicidarsi pubblicamente gli era parso evidente, era diventato sempre più reale. Ora suona il telefono, nell’altra stanza, sa che la segretaria gli trasmetterà la chiamata, e che il rollio della giornata, come la macina lenta di un mulino, ha iniziato la sua marcia. Guarda il tabellone con l’agenda, si prepara mentalmente, cosa dirà ad Alessandro, cosa non deve dimenticare di dire ad Antonello. Visto da fuori, ha la stessa faccia di sempre, aspra e ghignante, ha imparato così bene a fare il capo. Ma dentro è scoccata l’ora dei morti, della battaglia finale, del riscatto atroce.