Spin-off di Effetto Notte

Gli spin-off di Effetto notte sono stati creati su commissione delle Giornate Letterarie di Soletta (maggio 2020), ma vengono a mano a mano aggiornati, dando spazio ai personaggi secondari del romanzo, nel respiro di brevi racconti inediti.


Marie-France, Caroline, Bruno, Erda, Valentino, Michel…

Spin-off: la parola è oggi in uso nel mondo audiovisivo. In genere si tratta di episodi secondari, tratti da una serie o da un film di successo, che prendono la tangente. Un personaggio minore di una saga viene seguito, le sue vicende sviluppate, e il mondo fittizio si popola di nuove avventure. Dal profilo narrativo, niente di veramente nuovo: derive, divaricazioni, excursus popolano da sempre la letteratura, dalle Mille e una notte al Castello dei destini incrociati. Ogni lettore procede a una selezione naturale e a un’implementazione immaginaria delle informazioni che riceve: il mondo che legge non è chiuso né concluso. Anzi, è proprio la sua capacità di esistere anche al di fuori delle rigide coordinate del racconto a rendere così appassionante, così vivo, quel reame; quei territori, come diceva Michaux. E i personaggi sono tanto più vivi, quanto più ci sembrano esistere al di là di quel che sappiamo di loro. Quante immagini, quante emozioni di per sé non descritte nel libro, riescono a colpirci, restandoci dentro per anni. Anche chi scrive, come chi legge, a volte ha l’impressione di conoscere intimamente i personaggi, ivi compresi quelli in ombra, che passano solo come brevi comparse. La molteplicità delle vite possibili è iscritta in un semplice lampo narrativo. E allora perché non dar loro un po’ più di spazio, al di fuori del romanzo in cui sono stati concepiti? Perché non tirare il filo appena accennato della loro esistenza – così appassionante e vivida, tra le pieghe di una pagina in cui sembravano solo in transito – e continuare a raccontare? Lo spin-off letterario non è un nuovo genere, ma la semplice ammissione che ogni libro genera mondi infiniti; da leggere, da esplorare, da scrivere. Mondi solo abbozzati, che vibrano nei territori della fantasia. O della realtà?

Marie-France

Era a tutti gli effetti una delusione, anche se non voleva ammetterlo, aveva sempre fatto fatica ad accettare la realtà, dopo aver sognato, almanaccato, inventato destini a cui in fin dei conti non aveva mai avuto accesso. Aveva un senso spiccato dell’immaginazione, lo diceva anche Martha, la sua psicologa, sempre pronta a sostenerla e a renderle meno amara la pillola. Le pillole, e tante. Le delusioni, ah sì, ne conosceva odore e sapore, ma si lasciava sempre distrarre da quella maledetta fantasia, romanticheria. E poi paf, la realtà faceva irruzione e ci metteva giorni e giorni a rimettere insieme i cocci del reale. Si abbuffava di vitello tonnato, il suo piatto preferito; a volte versava una lacrima, aiutandosi con canzoni a tutto volume dalla radio, e poi ci metteva una pietra sopra. Pietra tombale della sua vita di zitella. Questa volta, poi, ci era andata dentro di brutto, gli era bastata quella voce così calda, così amichevole, al telefono: due chiamate, dieci minuti al massimo, prima e dopo avergli spedito i dossier per gli appartamenti da affittare in città. E già se l’era visto arrivare con un mazzo di fiori. No, non così, non una cosa esagerata e kitsch, eppure la sua fantasia galoppava lo stesso. Si era vista la scena – un film perfetto con una musica perfetta – di lui che arriva a ritirare le chiavi, e la scintilla che schiocca al primo sguardo. Tecnicamente, il suo ragionamento immaginifico non faceva una piega: quell’uomo, solo senz’altro, aveva affittato un appartamento grande e bello, per un prezzo non irrisorio, un po’ a nord, nel quartiere italiano pieno di ristorantini e locali trendy. Quindi avrebbe avuto tempo, dopo quel primo sguardo ammaliatore… si fa per dire. Dalla voce, lo aveva immaginato maturo ma seducente, perfetto per lei che non era più di primo pelo. Elegante, brizzolato, calmo e pieno di attenzioni. Si era comportato – al telefono – con gentilezza squisita. Era raro; in genere gli uomini soli che chiamavano l’agenzia per trovare una casa d’affitto erano sbrigativi, economi, andavano dritti allo scopo. Il più delle volte bastava loro un monolocale con balcone, se possibile a sud.  Questo no – Alessandro si chiamava – gli era subito sembrato di pasta diversa, pasta di bigné, cioè colto e amabile, un tipo un po’ all’antica. E ovviamente, nel suo sogno ad occhi aperti, totally charming. Allora quando si era vista arrivare davanti quell’ometto basso e obeso, con un ciuffetto malpettinato di radi capelli sul cranio liscio e rovinato dal sole, aveva spalancato la bocca senza osare guardarlo; e internamente era scoppiata una tempesta di “cretina” di “solita scema”, di zimbella di se stessa. Questa volta non aveva pianto, stretta al gatto bianco dal muso affusolato, che la consolava sempre di carezze non bastanti. Forse era iniziato già il tempo del cinismo… era stata talmente scottata dalla vita, che a poco a poco si era insinuato in lei il disincanto. Sognava sempre, se la raccontava, però poi quando Cenerentola andava in frantumi, si abbuffava e basta, il che non era particolarmente indicato per aumentare in lei l’autostima, ma almeno superava la crisi. Magari con due o tre birre per poi dormire meglio, la prima notte essendo sempre la peggiore. Non che l’ometto la disgustasse, anzi anche dal vivo le era sembrato d’una cortesia triste che prometteva gentilezza e tatto. Però lei era fatta così, sogni romantici a iosa e nessuna voglia di scendere a patti con il principe azzurro che si meritava. O tutto o niente, fin da bambina, era stata questa la sua dannazione. E lo diceva anche a Martha, lo ripeteva. Non poteva tapparsi il naso, con gli uomini brutti e grassi proprio non ci si vedeva. E questo Alessandro, come gli altri che aveva bramato in passato, era brutto e grasso, c’era poco da discutere, tristissimo negli occhi e nel portamento, non ci poteva fare niente, era più forte di lei. Dopo aver chiuso l’agenzia, aveva preso la metro fino a Verdun, ma non era tornata subito a casa. La giornata di marzo era umida e tiepida, era scesa fino alla riva del fiume. Tutto le sembrava più triste, adesso, ma probabilmente era sempre stato triste, quest’angolo di città poco dopo l’inverno, con quel giardinetto d’erba usta e i giochi per bambini sgangherati e sporchi. Non aveva più la forza di camminare, si era semplicemente seduta su uno di quei blocchi di granito grezzo che bordeggiano il corso del Saint-Laurant. Si sentiva un’idiota, a starsene lì senza un motivo apparente, a guardare al di là del fiume i palazzoni dell’Île des Soeurs. Grigi, spogli, addirittura arrugginiti: il tempo aveva fatto riaffiorare le sbavature rossastre del cemento armato. Un gruppetto di anatre passavano cicalando, e dietro le sue spalle il frusciare delle bici. Anche lei, un tempo, si era sentita avventurosa e piena di vita, a sbucciarsi le ginocchia nei giochi da ragazzi, nell’adolescenza cittadina senza troppi crucci. Il ricordo di sua sorella la attraversò come un’onda benigna. Era morta così giovane, lei invece era sempre lì. Sola e infelice. O forse no, in vita e basta. Felice o infelice contava poco, ormai. A casa, l’aspettava una sorpresa non proprio agréable. Il tappeto del salotto era cosparso di piume, il gatto doveva aver acchiappato un passerotto e se l’era sgranocchiato in sua assenza. Una vita da gatto, si disse mentre puliva quello scempio, forse era quello che adesso sognava. E poi si buttò sul vitello tonnato.

Caroline

Chissà perché stava raccontando tutte quelle corbellerie, non era sua abitudine mentire. Cioè, un po’ sì, le piaceva darsi delle arie. E poi, poi… non stava inventando stava ricamando, come si dice… il disegno della sua vita era pur sempre quello, lavorava in una casa editrice, era una splendida divorziata quarantenne, suo figlio era partito per il college a New York, grazie ai soldi del babbo, bello stronzo. Un po’ le spiaceva… l’allegria contagiosa di Miguel, quando era in casa con lei, le evitava di pensare che a parte il lavoro – la passione, stava dicendo la passione e in questo non fingeva! – la sua vita si era svuotata. Niente di grave, niente d’inatteso, ma forse adesso avrebbe dovuto darsi una mossa, per non trovarsi vecchia e sola. La sola idea le faceva accapponare la pelle. E allora perché non indorare un po’ la pillola, con quest’uomo inatteso, proprio di quelli che piacciono a lei, di quelli che non danno nell’occhio (anzi era decisamente poco avvenente), ma che quando li conosci sono un mare fresco di sorprese. Faceva la civetta? Oh Dio, no, non era certo il suo genere, però da qualche ora s’industriava a far l’interessante, a rendere meno monotona l’immagine di sé. Perché di sé aveva un’immagine tediosa. Quando si guardava allo specchio: occhialini, naso all’insù, caschetto d’un castano né bello né brutto, si trovava una donna qualunque. Forse per questo era necessario un briciolo di mitomania. La casa editrice, quella c’era, ma lei era solo l’addetta stampa, non certo la direttrice, non ne sarebbe stata capace. Probabilmente avrebbe sbranato quegli autori che si davano arie da filosofi, mentre lei che doveva presenziare a saloni e fiere, che doveva difendere i loro libri assillando giornalisti e redazioni distratte, conosceva l’altro lato della medaglia. Pubblicare un libro, ormamai, non garantiva più a nessuno di far parte dell’élite. Di libri ce n’erano troppi, lo diceva anche la sua capa, l’editrice, quella vera. E il mondo andava in una direzione diversa. O forse no? Parlandone con quell’uomo, nelle sette ore volo transatlantico, il lavoro in casa editrice sembrava brillante, addirittura seducente. Un’addetta culturale, era. Lui era, da anni impiegato alla radio, evidentemente esagerava anche lui, quando le raccontava la sua passione folle per le notti – perché aveva una trasmissione notturna, da mezzanotte alle tre – esagerava ma gli brillavano gli occhi. Chissà se anche a lei brillavano gli occhi di lampi sinceri, di vera passione, mentre millantava il suo ruolo di direttrice editoriale. Quell’uomo gli piaceva, non parecchio ma un po’. E questo era un bel problema. Perché se lui gli chiedeva un recapito, un numero di telefono (come sperava in cuor suo), poi come la metteva con le bugie che aveva raccontato durante il viaggio? Forse era un sabotaggio interiore, quello che stava mettendo in atto (era ormai esperta in auto-analisi psicologiche spericolate, non a caso loro pubblicavano libri di auto-stima e spiritualità soft, e spesso li leggeva); un modo per stroncare sul nascere una simpatia che poteva trasformarsi in altro, Magari si sentiva in colpa perché, una volta recapitato Miguel al college, lei si dava alla pazza gioia, alla bella vita. Vita di donna divorziata che cerca avventure, questa poi. E perché no, perché no avrebbe detto sua madre, lei che di avventure ne aveva avute fino alla fine, che una volta ricoverata in casa per anziani aveva presentato a tutta la famiglia un conte ungherese con cui aveva deciso di occupare camere comunicanti e poi magari di sposarlo (ma non aveva fatto in tempo)? Chissà poi perché doveva impedirsi di pensare ancora bella, seducente, appetibile. Quel giornalista sembrava darle ragione, la lusingava chiedendole dettagli sempre più insistenti sul suo lavoro, sulle sue passioni, addirittura – era indiscreto! – sulla sua vita di famiglia. Ma come fare, adesso, a scoprire le carte. Mica poteva, dopo due ore di conversazione, dirgli: mi spiace, sa, quello che le ho raccontato non sono che panzane. Sorbole e Pinzillacchere, come diceva Totò. E poi? Forse ci avrebbero fatto su una risata, forse anche lui avrebbe ammesso (perché se la sentiva, l’intuito in questo caso non mentiva) che aveva esagerato le rose e i fiori della sua carriera radiofonica al fulmicotone. Adesso lui dormiva, ronficchiava addirittura, una tenerezza. Ma lei no, lei alternava sensi di colpa, tristezza per Miguel lontano, e una vergogna azzurrognola che le provocava un leggero mal di testa. Aveva mentito, anche solo sui dettagli, ma sono i dettagli che fanno la differenza, scivolando sul piano inclinato della vulnerabilità. Avrebbe voluto sprofondare, schizzar fuori dal seggiolino e atterrare in mezzo al male con un paracadute d’emergenza. Lui si stava svegliando, sbadigliando rumorosamente, e all’improvviso – era già tutto previsto! – le aveva chiesto il numero di telefono, un recapito, non si sa mai. Caroline sorride dentro e fuori, e si dice che una soluzione la troverà, per quelle sciocche minime menzogne. Perché quell’uomo è davvero niente male.

Bruno

Müsocc, la Bagìna, Affori, Mombello… nomi come lampi di luce, evocativi di una topografia un po’ magica… posti in cui avrebbe potuto, ombre in cui si sarebbe celato. Brera, no, a quel quartiere lì non ci voleva pensare. E poi la cartina che aveva ereditato dal fratello grande era un po’ tutta a buchi e a solchi, stava insieme con lo sputo, qua e là il nome delle vie risultava illeggibile. Ma Bruno l’amava proprio per quello, perché la distesa verdolina solcata da arterie bianche e gialle era immobile e astratta. Quel coacervo di quadrilateri (di suo, preferiva la parola ircocervo, che aveva trovato su un atlante) ritagliava Milano in spicchi tutti uguali, tutti sognati. Era un territorio tremendamente suo, animalescamente bramato. Anche se non c’era mai stato. Ci era nato, sì, ma chi si ricorda. E conosceva a memoria quartiere per quartiere, i monumenti e gli ospedali, le chiese e i viali, il Castello e gli anfratti. Li immaginava come ad esserci adesso. Bastava il nome ad aprirgli mondi, territori in cui accampare la sua fantasia bislacca. Bruno aveva paura del treno, di viaggiare solo non se ne parlava. E non osava domandare ad Alessandro, né al terribile padre coi baffi troppo scuri, di accompagnarlo un giorno o l’altro in quella distesa di colori chiari, tra quei palazzi di cui pure conosceva il nome. Via Sesia, via Petrella, via Marco D’Agrate: non ci voleva molto a sentirne l’odore, a camminare con la pioggia lombarda sul viso. Lui era così, pieno d’immagini, Bruno. S’impediva solo il nome doloroso di Brera, perché non era scemo, lo sapeva anche lui che c’era la famosa scuola d’arte, in quel quartiere. E lui voleva fare l’artista. Sapeva che… punto e basta. Ma già, troppo tardi, troppo tonto, chi lo sa. Ci aveva solo sperato senza sapere come uscirne. Scappare più volte di casa, per poi vagare tra i campi come un allocco, non aveva semplificato le cose. Mentre Ale studiava a diventare bravo, Bruno ripeteva i piccoli cerchi concentrici intorno a quel nucleo di vento, l’impossibile sogno di partire. L’avrebbe fatta anche lui, una vita come quel poeta che aveva letto in un libro con la copertina rossa: le bianche rocce le mute fonti dei venti, l’immobilità dei firmamenti, e i gonfii rivi che vanno piangenti. L’aveva imparata a memoria. Enti… enti…enti, quelle rime lo commovevano fino alle lacrime, anche se non era sicuro di capire il senso. E quando gli sembrava d’impazzire, sui cardini duri delle giornate tutte uguali, si rifugiava laggiù, tra le vie di Milano sulla cartina sbrindellata. Chissà se c’era tutto con la testa. Lo guardavano male, a volte, ma in fondo che importanza aveva. Se di sera, nascosto sotto le assi della terrazza, in un pertugio in cui non lo si poteva scovare, fin da bambino viveva un mondo in technicolor, un orizzonte tutto suo in cui cantavano le sirene. Ale, però, era sempre stato gentile con lui. Un po’ distante, indaffarato ma si sa, lui non era certo un perdigiorno, un buono a nulla come quel fratello di coccio. Pronto a spezzarsi e a rifugiarsi al buio, a scappare al minimo assalto della vita. Così gli anni erano passati, la cartina era sempre più lisa, i sogni sempre più spenti. Anche per via delle medicine. Nemmeno il ricordo di Michel, a forza di ronzargli in testa, gli sembrava più vero. Lo aveva amato, poi era sparito, e con lui l’infanzia e l’innocenza. Quel qualcosa di sguaiato e dolce non tornava più nei sogni ad occhi aperti. Non che fosse rassegnato, la sua semplicità era troppo cristallina per poter accettare l’inevitabile. Ma a poco a poco, la nebbia era salita nella sua vita. Non era più così importante, niente era più così importante. Oggi Bruno vive in un appartamento protetto, lui dice tollerato; ogni terza domenica del mese, Alessandro viene a trovarlo con Caroline: sono gentili, portano cioccolata e lo rassicurano. Ma non sono scemo del tutto, si dice Bruno nei momenti in cui non sogna o non piange, la mia è quella che si dice una vita sprecata.

Erda

Prima di tornare nel soggiorno inondato di luce serale, diede un’occhiata alla fermentazione del lievito madre; aveva fissato un elastico sul barattolo, che le dimostrava inequivocabilmente l’aumento di un terzo della massa, resa serica ormai da una miriade di bollicine. Una rapida mescolata e poi rimise il setaccio al suo posto: domani avrebbe fatto il pane. Il volto dell’uomo le aveva trasmesso una pena profonda, pensò sfregandosi le mani più volte, come presa da un freddo improssivo. Accostò le tende, cercò un disco nella pila in bilico sulla savonarola, e lasciò che la musica la calmasse. Cry Baby, l’urlo rauco di Janis Joplin – non sapeva spiegarselo – aveva la virtù di farla sentire a casa, e quindi di tranquillizzarla. Si sedette all’altro lato del soggiorno, continuò a pensare. Non era certo il primo ragazzo, il primo uomo, che si presentava e chiedeva di Pamela. Per una volta non era un giovanotto con gli occhi di cane pesto, sorrise. Anzi, l’aggettivo “distinto” avrebbe definito bene quest’ultimo esemplare d’innamorato abbandonato, un po’ in carne ma ben vestito, con un involto buffissimo di carta crespa appeso a un dito, probabilmente un regalo. “Sacrée fille!”, sospirò Erda raddrizzando il busto e respirando profondamente. Non voleva scusarla, giustificarla, e nemmeno giudicarla. Da anni viveva così, “faccio conquiste” diceva lei. In genere uomini giovani e inesperti, con certi occhi tondi da procione, sempre piuttosto belli, per carità. E poi partiva, sentiva “l’appel du large”, diceva, con la faccia dell’amazzone guerriera che non poteva farne a meno. Erda l’amava, l’aveva amata dal primo giorno, quando si erano messe a chiacchierare in una mostra di Yoko Ono; l’aveva trovata seduta con la grazia delle sue carni opulente in un angolo di un’enorme finestra a triplo vetro. Aveva osato chiederle – lei in genere così timida – se le piaceva l’esposizione. “Ma certo!”, aveva risposto Pamela, “però adesso guardo fuori dalla finestra e mi sembra tutto bellissimo, come un quadro, anche là sotto”. Fuori pioveva, un acquazzone improvviso di quelli che bloccano la città d’aprile. Gente sorpresa senza ombrello risollevava il bavero e correva al riparo; altri indifferenti, quasi compiaciuti di quella sfacciataggine meteorologica, indugiavano sapendo che l’avrebbero pagata con colpi di tosse e raucedine nei giorni seguenti. In un gabbiotto sgangherato, il guardiano del parcheggio si era acceso un sigarillo; la luce gialla resa spettrale dall’ambiente tempestoso fuoriusciva frammista agli sbuffi del fumo. “Un quadro meraviglioso, vero?”. Da allora vivevano insieme, in quell’appartamento troppo grande per starci da sola, ma non abbastanza vasto per una coppia con le sue abitudini. Due donne libere: Pamela amava anche gli uomini, ma questo non intaccava la loro intesa matronale, inscritta nelle pieghe del loro corpo. Era un dato di fatto, un’evidenza che non chiedeva discussioni o spiegazioni. Non pretendeva spiegazioni neppure Erda, quando Pamela le annunciava in tono marziale “parto!”. Anzi apprezzava le bianche lenzuola di solitudine che la compagna le offriva. Aveva sempre saputo aspettare, lei, fin da bambina, ed era anzi in quelle giornate pensose nella casa deserta che le sembrava di respirare al meglio, di pensare al meglio. I cani non c’erano più, Ariel e Caliban le mancavano a volte, ma aveva dovuto rassegnarsi al nuovo regolamento del condominio che li vietava. Non avevano voluto traslocare in campagna, erano due donne appassionate di musica sinfonica e danza contemporanea, due cittadine un po’ imborghesite e abitudinarie. Con una serenità malinconica in cui le piaceva crogiolarsi, Erda si rallegrò dei giorni e delle settimane che le si aprivano davanti. Pigiò le mani sulle ginocchia per aiutare il corpo ad alzarsi. Silenziosamente, aprì la ribaltina in mogano del suo scrittoio preferito e si disse ch’era venuto il momento di tornare al suo romanzo, che prima o poi avrebbe finito. Ci avrebbe messo anche quell’uomo leggermente obeso con gli occhi dolci? Certo, sì, anche solo per un momento. Un personaggio secondario che passava di lì.

Valentino

È da un po’ che lo osserva sottecchi. Crede che non si sia accorto?  Probabilmente è un vecchio frocio che approfitta del tempo clemente per guardarsi i ragazzini come lui. “Non sei più un ragazzino”, questo lo dice sua madre con un tono che gli mette un’ansia! Ma ha ragione, fra un mese compie vent’anni e la definizione esatta della sua condizione umana è “giovane adulto”. Ma già, per essere adulto ci vuole un mestiere, o almeno il sogno di un mestiere. E lui non è nemmeno studente, non sa decidersi. Sua madre scalpita, ma lui ha proprio deciso di prendersela comoda. E adora farla arrabbiare, è fatto così, fin da bambinetto un vero bastian-contrario. Sono cresciuti come due piante avvinghiate, forse un po’ troppo dipendenti l’uno dall’altra. Ma è così che va, dice Rosmarie, à la guerre comme à la guerrequando tuo padre, quello stronzo, ci ha piantato in asso… e giù il suo lamento sempiterno sulle donne abbandonate. È adorabile, sempre pronta a farsi in quattro per lui, per questo Valentino si sente soffocare. E anche se non ha niente da fare, passa giornate intere steso sul prato del parco. A volte ha la sgradevole impressione di scivolare… come fa quella canzone? Slip Slidin’ Away… è una buona giornata se non piove, è una buona giornata se me ne resto a letto, dice. Però Valentino si alza presto, vuole farle vedere che non spreca tempo. Ma lei ripete che deve mettere la testa a posto, che alla sua età lei stava già… insomma, vanvere di questo tipo, di quelle che ripetono tutte, ripetono e struppiano, ma non possono farne a meno. Lui allora esce, per darle l’impressione di fare qualcosa. Certo però quell’uomo non smette di guardarlo, adesso legge un libro, ma non è mica fesso, lui, quello finge clamorosamente, si capisce a un miglio. Se lo fissasse a sua volta, si dice, abbiamo due ipotesi: o viene ad abbordarlo chiedendogli una sigaretta come nei peggiori film sudici; oppure si vergogna e se la dà a gambe. Ora Valentino prende il telefono e si mette a parlare, magari l’altro si dissuade e lo lascia tranquillo…. In reltà lo fa spesso, funziona benissimo. Anzi, se deve essere onesto, lo fa anche troppo. Si sente solo e allora si telefona, appoggia il cellulare contro l’orecchio – tanto non si vede che è spento – e si mette a chiacchierare. In modo molto credibile, almeno così spera. Lunghe pause, cenni del capo, qualche raschiata di gola. A volte non dice niente, si limita ad ascoltare, a rilanciare il mio interlocutore fantasma. Ma spesso si sdoppia, come se all’altro capo del filo ci fosse un altro Valentino, un Valentino che ha bisogno di consigli e consolazione. Ha bisogno anche lui di consolazione, come tutti. Quella parola gli piace: il fratello della mamma gli ha offerto un libro che s’intitola proprio Il nostro bisogno di consolazione. Poche pagine, ma non le ha mai lette. E siccome nessuno gli telefona, allora fa tutto da sé, una sorta di masturbazione linguistica. Ha cominciato con le cabine telefoniche: metteva una carta scaduta nella fessuretta, componeva a casaccio un numero facendo attenzione a pigiare su “annulla” per evitare di trovarsi al telefono con uno sconosciuto (non si fa!). E giù a chiacchierare, anzi a discutere, spesso intavolando grandi dibattiti “filosofici”, contraddicendo il suo interlocutore, immaginando sottovoce la risposta tra un silenzio e l’altro. Poi però hanno cominciato a toglierle, le cabine, e ha dovuto rassegnarsi a usare quell’aggeggio rompicazzo; fosse per lui non l’avrebbe nemmeno nella borsa, ma sua madre ci tiene, dice in caso di bisogno so dove sei… fosse mai che scappi (ma dove vuole che vada!). Ora il grassone ha smesso di guardarlo, sembra si sia appisolato, non gli importa nulla di lui, peccato. Magari gli farebbe piacere scambiare due chiacchiere con uno sconoscuito, non sarà mica poi un porco, solo perché è sovrappeso e steso da solo in quel parco con le mani in mano. Anche lui è steso lì, fa finta di leggere, fa finta di telefonare, e non ha nient’altro da fare. Prima regola, dice la mamma, è non giudicare gli altri, se non vuoi che giudichino te. Sarà meglio rientrare, c’è il sole ma con l’umidità mica si scherza, soprattutto di marzo.

Michel

Qui  abbiamo passato una notte di tremendi temporali, e il mattino è ventoso. Si ricorda ancora quella frase, anzi solo quella frase di quell’unica lettera, perché la memoria è come una nebbia fragile che va e viene, è come un banco di pesci che lo attraversa. E la tenerezza sale su dal passato – un luogo fisico, una specie di scoglio in alto mare – e gli fa bene e gli fa male. Bruno. Certo non può sapere che lui è morto ormai da anni, come avrebbe potuto? E nemmeno Alessandro lo sa. Alex, tutti lo chiamavano così, ma Michel invece diceva Sandro ed era il loro modo di sugellare un’amicizia per la vita, di quelle che solo gli adolescenti. Bambo, lo chiamava ridendo, poi gli passava una sigaretta e andavano a far finta di pescare nello stagno dietro la scuola. Che poi uno stagno non era, ma una vasca di cemento abbandonata, una roba da film, una giungla a due passi da casa. Né Bruno né Sandro possono saperlo, che lui è annegato, da tanto tempo, nel mar Ionio, non si sa bene se per sua volontà o per colpa del fato. Fatum, una bella parola, di quelle che gli calzano a pennello, Michel è sempre stato un inguaribile romantico, innamorato di tutto, magari anche della vita. Però è morto annegato. E c’era voluta tutta la forza di convinzione di un olandese volante per riuscire a manifestarsi in quell’alba di aprile, sulla spianata del Mont-Royal, e mettere una mano tiepida sulle spalle dell’amico di allora. Dirgli le quattro verità o almeno un barlume di quel che era stato e che Alex non aveva capito. I morti sono fatti così, galleggiano per anni, magari per secoli (a volte no, dispaiono, come la schiuma della risacca); non c’è regola né senso al loro ritorno. Ma Michel lo sa che qualcosa in lui doveva tornare, non l’immagine completa dell’uomo ch’era stato, ma un brandello di voce, uno strappo del tempo che aveva lasciato troppe tracce tristi per finire così, nel trapestio delle esistenze sprecate. Non c’è mistero ma non c’è spiegazione. Mentre navigava inconsistente nel buio luminoso, a un certo punto ha sentito come una voce che lo chiamava, quasi una canzone. Forse siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti… Era quella la canzone? Forse sì, ma in ogni caso mentiva, Michel non ha più una coscienza lucida delle cose, da quando è diventato liquido, ma di certo sa distinguere i vivi dai morti. E loro sono vivi, pieni di rimpanti e di vergogne mai sopite; lui andato, morto, finito. Finito no, anzi in continuo galleggiamento, una sensazione deliziosa a cui si è strappato solo per senso del dovere, seguendo il profumo della canzone, dei ricordi pressanti di Alex, ti ricordi, Michel dei nostri pantaloni corti…. Si sente anche un poco ridicolo, nelle vesti dell’anima errante nell’etere, per questo non gli dice l’esatta verità, quando lo ritrova – era così che doveva andare, decideva lui o decideva chi? – sulla spianata, sotto la casa colonica tutta luci. Una scena architettata con cura, non c’è che dire, da un romanziere con velleità di realismo magico. O forse sono state le parole a richiamarlo, un fiume rosso di parole in piena, in mezzo a cui spuntava questa faccia sfatta, davvero terribile, del suo amico d’infanzia. Ed eccomi, ha risposto qualcosa di molto profondo, d’incancellabile dentro di lui. Lui, Michel, che ormai non è più che pulviscolo, ora dice sono qua, sono pronto, ora ti dico ora ti spiego, amico mio, caro Sandro. È come scrivere una lettera con l’inchiostro simpatico, col succo di limone: avvicini la candela e il mistero trasparente diventa un breve fuoco di parole. S’inventa allora tutta una storia di balene e di delfini, perché non vuole deludere Alessandro, dicendogli che è morto tanto tempo fa. Vuole dargli vita e speranza, e che speranza vuoi che ci sia nell’annunciare la propria morte postuma. No, gli racconta avventure e animali, gli fa sentire la passione della solitudine, che davvero lo ha spinto molto lontano. Tra gli atolli del Peloponeso, sempre accompagnato dalla macchina fotografica. Strano però, tornare per così poco, quasi niente da raccontare, nessuna rivelazione: non è un romanzo d’avventure. Basterà dirgli adesso bastasmettila di torturarti o qualcosa di simile, lascia il filo di quel passato che non vuole passare. Poi un giochetto di quelli che sanno fare così bene i morti, una magia fantasmagorica perché la scena diventi veramente importante: trasformare il paesaggio in mare, il mare in pace e la pace in… in cosa? In possibile futuro, ecco, qualcosa del genere. Non che Michel abbia grandi poteri taumaturgici, ma se è stato richiamato dall’etere, non deve chiedersi in che modo il suo ritorno agirà sull’anima di Alessandro. Anima, che bella parola, da rigirarsi in bocca come una caramella al miele. La scena è stata breve, prima di scivolare nuotando nel mare di sensi che ha lui stesso creato, Michel si chiede se è servito a qualcosa. Non lo saprà mai, anche perché – lo capisce con esattezza, proprio mentre dondola via – è lui che deve abbandonare il gioco, dimenticare. Perché sono i morti che ricordano troppo, dolorosamente, e non i vivi… e due bambini che vivevano in un sogno che non si ripeterà…