Wolfson

wolfsonLouis Wolfson. Cronache da un pianeta infernale (a luglio in libreria) , a cura di Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, Roma, La Talpa / Manifestolibri, 2014.

Gli autori: Pietro Barbetta, Giacomo Conserva, Tobie Nathan, Lucia Amara, Jean Marie G. Le Clézio, Pierre Lepori, Enrico Valtellina, Duccio Fabbri, Pierre Alféri, Alfredo Riponi, Marco Dotti, Alain Rey, Sylvère Lotringer.

Louis Wolfson (1931), scrittore schizofrenico. Tra i sintomi una radicale impossibilità di ascoltare la lingua madre, l’inglese. Per questa ragione Gilles Deleuze, che scrive l’Introduzione al suo primo romanzo, lo indica come inventore del walkman. Il piccolo altoparlante di una radiolina che trasmette in francese collegato alla testina di uno stetoscopio con del nastro adesivo. Wolfson escogita un modo pratico e radicale per sfuggire all’assoggettamento del potere.Quale maggior potere della lingua madre dominante, se si tratta poi dell’inglese. Wolfson apre un grande dibattito tra gli intellettuali francesi. Cosa significa delirio, in letteratura e nella vita quotidiana. È un caso letterario e un caso di schizofrenia: una scissione culturale, a Parigi uno scrittore, a New York uno schizofrenico. Questo volume contiene i contributi di studiosi che praticano i testi di Wolfson da differenti punti di vista: letterario, cinematografico, antropologico, filosofico e clinico. I romanzi dell’autore sono analizzati in una prospettiva polifonica, dagli studi francesi degli anni Settanta e, più recentemente, nordamericani (Quarta di copertina).

(…) Il romanzo di Louis Wolfson non si limita a « raccontare » un’esperienza linguistica e traduttiva ossessiva e una fuga compulsiva dalla « seule langue nécessaire » (l’inglese secondo la definizione del padre dello Schizo, SL p. 37), ma ci sprofonda in un maelstrom conoscitivo e sintattico capace di destabilizzare in profondità la connessione identitaria tra scrittore e lingua materna. Nel gesto totalmente soggettivo di una scrittura cocciutamente alternativa, l’autore propone una fuga in avanti che sconquassa, per citare Bourdieu, « le monopole de l’imposition du mode d’expression légitime »(Ce que parler veut dire. L’économie des échanges linguistiques, 1982). Un sovvertimento che potremmo definire queer, aprendo le riflessioni dell’anti-essenzialismo americano – generalmente riservato all’analisi delle minoranze femministe, omosessuali o « etniche » – a una sedizione ancor più profonda delle coordinate che definiscono le identità narrative post-moderne (secondo Zygmunt Bauman). Scrive infatti Judith Butler: “Nessun testo può rimanere un testo, vale a dire rimanere leggibile, senza prima essere soggetto a un qualche tipo di censura. Questa visione presuppone che la censura preceda il testo in questione e che un testo, per diventare leggibile, debba essere prodotto attraverso un processo di selezione che escluda alcune possibilità e ne realizzi altre. Il processo di selezione sembra presupporre una decisione presa dall’autore del testo. E tuttavia l’autore non crea le regole in base alle quali viene compiuta quella selezione; le regole che governano l’intelligibilità delle parole sono « decise » prima di ogni decisione individuale. […] Si decide sulla base delle condizioni di un campo del linguaggio che è già definito, ma la ripetizione che da ciò si origina non rende ridondante la decisione del soggetto che parla. La distanza tra ridondanza e ripetizione è lo spazio della facoltà di agire. (Parole che provocano. Per una politica del performativo). (…) Il fatto che Wolfson parli, per il suo procedimento linguistico, di un vero e proprio « cerimoniale » (SL p. 125) corrobora l’ipotesi che Le Schizo et les langues possa oggi leggersi non solo come documento antipsichiatrico o delirio ecolalico di una « Babele felice » (per riprendere il termine di Arno Renken), ma anche come gesto di sovversione letteraria fondamentale, capace di liberare l’autore del peso gerarchico della sua autorialità. E di creolizzare la sua e la nostra lingua in nome della letteratura. « Le parole sono lame d’erba che attraversando gli ostacoli, germogliano sulla pagina » scrive la poetessa chicana Gloria Anzaldua in un romanzo-saggio concepito contemporaneamente in più lingue « lo spirito delle parole che si muove nel corpo è concreto e palpabile come la carne; la fame di creare è altrettanto materiale quanto le dita e la mano. Guardo le mie dita, vedo crescervi piume. Dalle dita, mie piume, inchiostro nero e rosso cola sulla pagina » (Terre di confine. La frontera, p. 113).

Pierre Lepori (estratto)