Babel Festival 2015 I Pierre Lepori e Silvia Ricci Lempen a BabelFestival.

Il Festival «Babel» secondo Pierre Lepori (Rocco Notarangelo)

Lo scrittore, ospite della decima edizione del festival bellinzonese (17-20 settembre), getta un occhio critico sul panorama letterario nazionale. Con i suoi autori preferiti.
Pierre Lepori, per la sua feconda biografia umana e intellettuale – vive da 20 anni a Losanna e si cimenta con successo nella poesia, nella narrativa e nel teatro – è un prezioso interlocutore per fare il punto sulla letteratura in Svizzera.

Quando si parla di letteratura svizzera non sarebbe più corretto usare il trattino seguito da tedesca, francese e italiana?
A uno sguardo letterario, estetico, sembra evidente che la «Letteratura Svizzera» non esiste. Ogni regione fa parte di un contesto, una cultura, una lingua differenti. Eppure le cose non sono così semplici. Perché vivere nello stesso paese, spinti al plurilinguismo fin dalla scuola, ha conseguenze anche sul mondo letterario: gli autori svizzeri si ritrovano a Soletta ogni anno o nelle Literaturhäuser di Zurigo o Ginevra, nei centri di traduzione letteraria come il CTL di Losanna o a Looren. Ciò permette un dialogo infra-regionale che fa cadere molte barriere culturali e diffidenze.

Buona parte della produzione letteraria in Svizzera è sussidiata dalla Confederazione, dai Cantoni e da enti privati. Come giudica questa sorta di assistenzialismo?
La parola assistenzialismo è un po’ forte. Il punto è questo: se postuliamo che la democrazia ha bisogno di cultura e deve tutelare le minoranze, allora dobbiamo anche ammettere che una letteratura di nicchia come quella elvetica non esisterebbe se si imponessero i vincoli del mercato. Sebbene talvolta ci sia il rischio di sostenere la mediocrità, creando riserve protette e «quote».

Qual è la sua opinione su Babel?
È un festival plurilingue, multidisciplinare, transculturale, per una piccola élite raffinata. L’idea geniale di Babel è di esplorare la produzione letteraria di questo o quel Paese come luogo di scambio, di creazione, di meticciato. Gli autori sono invitati con i loro traduttori, in linea con una forte tradizione elvetica.
Quali sono gli autori ticinesi che apprezza e che segue con attenzione?
Uno dei vantaggi della cultura svizzero-italiana è la possibilità di conoscere, leggere, frequentare quasi tutti i «colleghi», anche se io vivo a Losanna da 20 anni. Evidentemente ho delle maggiori affinità con alcuni di loro. Penso a Fabio Pusterla – un maestro per molti – e Fabiano Alborghetti per la poesia; a Claudia Quadri e Anna Ruchat per la prosa. Esiste, infine, un legame privilegiato con gli «esuli», che non sono più in Ticino, come Yari Bernasconi o Elena Jurissevich.

Come giudica la scena letteraria romanda, inclusi Noëlle Revaz e Philippe Rahmy, ospiti di Babel?
Revaz ha una scrittura intensa e audace, che si rinnova ad ogni libro. Il mio preferito è Tanti cari saluti (ed. Keller). Philippe Rahmy è per me un vero fratello, un poeta che lavora sui margini a partire da una terribile malattia che lo inchioda a una sedia a rotelle. Il suo ultimo «récit», Béton armé racconta di un viaggio a Shangai e ha ottenuto un notevole successo di pubblico e critica in Francia. Altri due nomi da segnalare: Pascale Kramer (l’ultimo suo romanzo, Gloria, è un capolavoro) e Mary-Laure Zoss.

E Silvia Ricci Lempen, con cui leggerà in tandem a Babel?
A Silvia mi lega affetto e una profonda stima letteraria. Siamo a Babel perché entrambi abbiamo un vissuto linguistico doppio. Ricci Lempen è cresciuta a Roma, educata al prestigioso Lycée Chateaubriand, e ha scritto bellissimi romanzi in francese, ma a poco a poco sta tornando verso l’italiano materno. Io, al contrario, mi sto spostando verso il francese, privilegiando però le zone di transito e incertezza, rifuggendo la «lingua perfetta». Su questo punto io e Silvia siamo in disaccordo. Vedremo di litigare un po’ a Bellinzona.

La Svizzera tedesca, la locomotiva letteraria nazionale, ha star come Martin Suter, Alain Claude Sulzer, Alex Capus. Ma a Babel sono stati invitati «outsider» come Lenz, Krneta e Nadj Abonji…
Sì, perché sono gli outsider quelli che lavorano a cavallo tra le lingue e le appartenenze. Sono scrittori… «trans». Pedro Lenz usa il dialetto bernese ed è di madre spagnola; Melinda Nadj Abonji – ha vinto il prestigioso «Deutschesbuchpreis» con un grande romanzo, Come l’aria, tradotto da Voland – è una «svizzera dell’immigrazione», una ricchezza per tutti noi. E Guy Krneta fa un uso affascinante della Mundsprache e ha un rapporto forte con il teatro, una delle caratteristiche interessanti del mondo letterario svizzero-tedesco degli ultimi anni, con autori come Nora Gomringer o Lukas Bärfuss. Insomma, Babel non cerca i nomi di spicco, è un luogo della creolizzazione culturale. Di cui abbiamo urgente bisogno.
« Cooperazione« , 14.09.2015